[Messico] Acción Mundial Exigiendo la Libertad Inmediata para Alberto Patishtán y Francisco Santiz Lopez


Compañeras y compañeros:
Frente al éxito de las movilizaciones para exigir la libertad de nuestros presos, queremos dar seguimiento a eso e invitarles a unirse a la ?*Acción Mundial Exigiendo la Libertad Inmediata?, A.M.E.L.I.*
en el marco de la campaña nacional e internacional de liberación de *Alberto Patishtán, *considerado hoy como el preso mas simbólico de Chiapas, encarcelado desde hace 12 años, y trasladado a 2000 km de sus familiares
desde hace 6 meses. Reivindicamos igualmente la liberación de *Francisco Santiz López, *Base de Apoyo Zapatista, encarcelado injustamente desde hace mas de 150 días en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.
La idea de esta campaña es simple, *tomarse una foto frente a un edificio o lugar simbólico de tu pueblo*, *tapándose el rostro con una pancarta para mostrar que no estamos tod@s *y así visibilizar la solidaridad
nacional e internacional y exigir la libertad inmediata.

Podrán escribir en una hoja o pancarta ?libertad a Alberto Patishtán y Francisco Santiz Lopez? o imprimir uno de los símbolos para exigir la libertad de Alberto y Francisco que pueden encontrar en el siguiente enlace:
http://www.flickr.com/photos/frayba/
Les invitamos igualmente a* **reivindicar** sus lu**chas locales* para construir puentes y aprender a conocernos.
Les pedimos mandar las fotos al (accionameli@hotmail.com ) durante los días 21 al 29 de mayo, mencionando el lugar y país donde tomaron la foto.
La idea es de publicarlo como un foto-reportaje, además las fotos serán presentadas en páginas webs, en blogs etc. También se harán lonas de esta acción que puedan ser usadas en otros eventos solidarios.
L@s Compañer@s de la comunidad Cruztón, Municipio Venustiano Carranza, Chiapas, México ya iniciaron con la acción *A.M.E.L.I. :*
Habitantes de Cruztón iniciaron la acción A.M.E.L.I.

Y _aquí, ejemplos de fotos tomadas durante la acción ?Ahora Solo Son Pancartas??_ <http://s1223.photobucket.com/albums/dd502/bachajon/> de abril 2011, por los 5 presos de San Sebastián Bachajón en donde quizás participaste para conseguir la liberación de estos últimos.
Agradecemos su esfuerzo para juntos lograr la libertad de estos compañeros!

*Association Espoir Chiapas / Asociacion Esperanza Chiapas*
*Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas*

[MoviengToGaza] Nakba e apartheid


Gaza City, 15 Maggio 2012: 64 anni dalla Nakba.
Il giorno della ‘catastrofe’, quando buona parte degli abitanti arabi della Palestina venne letteralmente cacciata dai confini dello Stato d’Israele, all’indomani della fine del mandato britannico sulla Palestina gli Arabi: si stima che i discendenti dei 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre possano essere oggi circa 4.250.000.
Abbiamo incontrato Haidar Heid, portavoce del BDS e professore di Cultural Studies dell’università Al Aqsa, che ci ha fatto un interessante parallelismo fra Apartheid sudafricana ed Apartheid palestinese: due vicende molto distanti ma unite da un profondo problema razziale.
Le continue restrizioni alla libertà del popolo palestinese sono infatti in stretta similitudine con l’esperienza che attraversò tutto il secolo scorso nella colonia del Sudafrica: leggi restrittive, limiti alla mobilità, abusi e violenze rendono oggi il conflitto israelo-palestinese un fenomeno di Apartheid, segregazione, a tutti gli effetti.

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[Messico] Pronunciamiento del Foro contra la prisión política y por la libertad de Alberto Patishtán

[MoviengToGaza] Gaza la ami o la odi


Gaza o la ami o la odi, non ci sono mezzi termini. La sua gente ospitale e gentile, sempre allegra e positiva, che guarda avanti e accoglie gli stranieri come amici di sempre. Gaza vuole sapere tutto di te e ti trascina fra i suoi mille vialetti e situazioni. Gaza non dorme mai, coi suoi blogger che scrivono e pubblicano fino a tardo mattino. Gaza della religione e delle tradizione, Gaza degli studenti arrabbiati che vogliono un futuro di verità e libertà. Gaza di chi ne ha paura e di chi ti protegge perchè sei straniero. Gaza che ti vede come un eroe perchè sei li e potresti non starci. Gaza dove tutto è più bello solo perchè si trova qui.

Qui non si perde un secondo per vivere, arriva sempre qualcuno, ci sono manifestazioni da organizzare e seguire, c’è da crearsi delle relazioni, perchè non ti puoi muovere se non sai come farlo.

Le relazioni umane esistono, funzionano e se non le sai gestire ti affogano. Se la vuoi vivere questa terra la devi assorbire tutta, altrimenti ci passi in mezzo e non la vedi.

A Jabalia Camp dove filmiamo una scena del video clip di Antar, un rapper fra i più apprezzati nella scena locale, i vicini di casa sono amici fra di loro,anche se condividono degli spazi minuscoli e hanno case su strade anche più strette di un metro, si rispettano, si occupano a vicenda dei bambini e creano una comunità.E se tu passi di li facilmente verrai invitato per un te e poi un caffè e poi una shisha.

A Gaza puoi chiedere alla polizia se li puoi filmare con fucili mitragliatori in mano mentre sorvegliano la stazione di benzina, ma per passegiare al porto fuori che il venerdì, devi avere una autorizzazione speciale.

Le regole del gioco sono impalpabili e variabili, le conseguenze se sbagli dolorose per te e chi si rpende cura di te.

PROCESSO ARRIGONI-NAKBA-E PAL STRIKE

Oggi 14 Maggio alle ore 10 il processo per Vittorio Arrigoni che doveva tenersi è Gaza è stato rimandato al 28 di Maggio per assenza del giudice.
Nel tardo pomeriggio l’autorità palestinese di Gaza ha dichiarato terminato lo sciopero della fame in solidarietà ai prigionieri nelle carceri israeliane, che si teneva sotto le tende di piazza Al-Joundi in seguito al raggiunto accordo fra i rappresentanti dei prigionieri e le autorità israeliane. Subito sono iniziati i festeggiamenti. La notizia è stata confermata da diverse fonti palestinesi e dalla BBC diverse ore fa. E’ di pochi minuti fa la notizia che i prigionieri Thaer Halahlel e Bilal Diab in sciopero da 70 giorni saranno scarcerati, il primo il 5 di giugno, il secondo il 17 agosto. Termina per loro lo sciopero della fame.
Domani è il giorno della commemorazione della Nakba e per direttiva interna non sono permesse manifestazioni o cortei di grande portata. Così come non sarà più possibile organizzare la manifestazione sulla buffer zone che da tempo si teneva ogni martedì.
Un collettivo di studenti ha indetto alle 10 all’università Al Aqsa una incontro per discutere e ricordare il valore storico di questa giornata e per continuare a dimostrare solidarietà ai prigionieri e le loro famiglie.

[MoviengToGaza] Kan-Yunis-Khuzaa Farming Action


Mercoledi 2 maggio, Gaza.
Le incursioni dell’esercito isareliano nella cosidetta “buffer zone” (territorio palestinese al confine con quello israeliano che viene di fatto controllato da questi ultimi) mirano a impedire ai contadini palestinesi di coltivare le loro terre. In questo modo si aggravano le condizioni di indigenza di un popolo già costretto a forti sacrifici per via dell’embargo.

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[MoviengToGaza] SCIOPERO DELLA FAME A GAZA IN SOLIDARIETA’ AI PRIGIONIERI #2

[Messico] Dichiarazione delle donne e degli uomini delle comunità indigene e contadine del COOA

Questa è la traduzione del discorso letto da una compagna dell’OIDHO, organizzazione indigena per i diritti umani a oaxaca, alla fine della marcia di Lunedì 23/04/2012 e (al principio di 3 giorni di presidio) che ha portato a Oaxaca, capitale dell’omonimo stato, più di 8000 indigeni di diverse regioni e diverse organizazzioni facenti parte del COOA, Consejo de Organizaciones Oaxaqueñas Autónomas

Dichiarazione delle donne e degli uomini delle comunità indigene e campesine che formano l’ORGANIZACIONES INDIAS POR LOS DERECHOS HUMANOS EN OAXACA, OIDHO, facenti parte del COOA, consejo de organizaciones oaxaqeñas autonomas

Compagne e compagni, popolo di Oaxaca:

Noi, abitanti delle comunita’ piu’ emarginate delle differenti regioni di Oaxaca, uno degli stati piu’ poveri della repubblica messicana, non stiamo qui (nella capitale) perche’ non abbiamo nulla da fare nei nostri villaggi. Nemmeno stiamo manifestando perche’ qualcuno ci ha trascinati ne’ per fare numero nella campagna elettorale di qualche leader o candidato. Siamo oggi qui nella capitale dello stato perche’ questo e’ stato l’accordo preso in maniera libera e autonoma nelle assemblee delle nostre organizzazioni; siamo qui per esercitare il diritto costituzionale a esprimere e manifestare la nostra opposizione di fronte alla situazione che viviamo nel nostro stato e nel nostro Paese.
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Governi vanno, governi vengono, promettono cambi, progresso e benessere, pero’ noi ogni giorno stiamo peggio. Invece di appoggiare i contadini, agevolano i banchieri e gli impresari. Invece di rispettare in nostri « usi e costumi », cercano di liquidarli per beneficiare i partiti politici, che per la loro corruzione, per gli interessi meschini e per la totale indifferenza davanti alle sofferenze del popolo gia’da tempo hanno perso ogni credibilita’. Invece di promuovere vere riforme verso la democrazia, solo si preoccupano dei propri guadagni. Questa e’ la situazione in cui viviamo: i rappresentanti del congresso non ci rappresentano, i funzionari non funzionano, i governi non governano.

Chi realmente ci governa sono le grandi corporazioni di imprenditori nazionali e le multinazionali che si stanno appropriando delle risorse naturali e dei territori degli indigeni, lasciando distruzione, contaminazione e maggiore miseria in ogni angolo del paese, in nome di un falso progresso che arricchisce pochi mentre lascia milioni di messicani senza futuro e senza sostegno. In tutte le regioni di Oaxaca i grandi ricchi vogliono imporre mega-progetti: miniere, dighe, parchi eolici, porgetti turistici e superstrade che gli porteranno maggiori profitti, perche’ le nostre necessita’, il nostro modo di intedere lo sviluppo non gli interessa.

E quando ci organizziamo e resistiamo ci dichiarano criminali e delinquenti, ci perseguitano e reprimono, incarcerano e assassinano. Mentre gli assassini e delinquenti del 2006, Ulises e la sua mafia, continuano a godere della liberta’ e dei migliaia di milioni di pesos che hanno rubato al popolo oaxachegno. Con questo denaro continuano a finanziare campagne contro quel governo del presunto cambiamento che li tollera e non li ha toccati. Con questa impunita’ continuano ad assassinare i compagni e le compagne e non gli succede nulla. Continuano intatte le loro strutture fuori e dentro del governo. Continuano a controllare gli apparati di polizia e di (in)giustizia.

Continuano impuniti anche tutti i crimini di lesa umanita’ commessi contro centinaia di donne oaxachegne, tanto che sembra che noi donne qui non siamo umane e non abbiamo diritti. Ma si dimenticano i governanti che sulle nostre spalle e col nostro lavoro si costruisce la societa’. Siamo indignate di fronte al silenzio delle autorita’ e esigiamo che si sradichi la violenza di genere. Noi donne indigene denunciamo inoltre che il programma di elemosine ufficiali chiamato « Oportunidades » si e’ convertito in uno strumento dei governi di tutti i colori per dominarci e controllarci e per impedire di organizzarci in maniera autonoma. E’ ora che le donne della campagna e quelle della citta’ lottino per un vero rispetto dei propri diritti.

Nonostante la situazione che viviamo, i partiti politici che promisero il cambiamento a Oaxaca gia’ si sono dimenticati della loro promessa. Per loro gia’ e’ cambiata la faccenda. Adesso sono al potere. Potere e denaro, questi sono gli unici principi che conoscono. Per questi sono disposti a tutto e per il popolo nulla. Niente di nuovo. Gia’ lo sapevamo. Per questo ci organizziamo dal basso, non aspettiamo che i cambiamenti piovano dall’alto, perche’ non succede mai; gia’ dai tempi di Zapata e Magon fu chiaro che il popolo stesso deve costruire i cambiamenti. Non aspettiamo che i governi, i partiti e i deputati difendano i nostri diritti, perche’ neanche li conoscono. Per loro le imposte e i fondi pubblici, per noi l’elemosina. La nostre culture indigene sono un ostacolo ai loro mega-progetti.

Pero’ qui stiamo. Noi popoli indigeni non siamo una minoranza, ne’ un gruppo vulnerabile. Siamo la maggioranza dei cittadini e cittadine. Siamo gli eredi storici di questi territori tanto ricchi in biodiversita’ e risorse naturali perche’ li abbiamo protetti per millenni. Siamo la culla del mais e i maestri della milpa. Non accetteremo il mais transgenico che ci rende dipendenti dalle multinazionali. Siamo i guardiani e le guardiane di queste terre. E saremo i suoi difensori. Difenderemo le nostre terre, i nostri boschi, i nostri fiumi e le sorgenti contro la distruzione che porta con se’ il falso progresso. Difenderemo i nostri popoli, le nostre culture, le nostre assemblee e autorita’ contro i falsi rappresenti del popolo. Difenderemo le nostre organizzazioni, le nostre alleanze e il nostro movimento contro la criminalizzazione, la persecuzione e la repressione.

No pasaran!

E se esigiamo che i governi ci appogino per migliorare le nostre condizioni di vita, se esigiamo strade, luce, scuole, cliniche e programmi per il campo e’ perche’ anche noi paghiamo le tasse ed e’ ora che ci restituiscano almeno una parte di tutto quello che hanno rubato durante questi anni. Per questo abbiamo deciso che non veniamo a elemosinare ma a esigere i diritti che ci corrispondono. I governanti hanno l’obbligo di rispondere alle nostre richieste. Gia’ e’ tardi! Non basta ascoltarci bisogna avere la volonta’ politica e la decisione per risolvere i nostri problemi. Esigiamo riposte forti alle nostre richieste legittime. E le esigiamo ora!

Compagni e compagne, popolo di Oaxaca, noi comunita’ indigene e contadine e le colonie popolari organizzate nell’Oidho, organizzazione autonoma con una storia coerente di lotta sociale di piu’ di 20 anni, facciamo una chiamata a tutte le donne e gli uomini coscienti dei propri diritti come popolo, a organizzarsi dal basso e lottare per un vero cambio democratico che tutte e tutti necessitiamo.

Oaxaca di Florece Magon,
23/04/2012

ORGANIZACIONES INDIAS POR LOS DERECHOS HUMANOS EN OAXACA – OIDHO

Basta repressione e miseria per i popoli indigeni
La vittoria non e’ dei potenti ma dei miglior organizzati
Viva le comunita’ dell’Oidho
Viva le organizaazzioni del COOA

Zapata vive! La lotta continua!

[Messico] Il caso del professore Alberto Patistàn

Alberto è un professore bilingue tsotsil. è in carcere da 12 anni e fu arrestato nel municipio de El Bosque, in Chiapas da parte di elementi dell’AFI. Per delitti che nn ha mai commesso e che lo stesso governo non riconosce che non sono fondati. I poliziotti non si sono mai identificati e non mostrarono alcun ordine di cattura.

ANTECEDENTI

IL municipio di El Bosque si trova ne Los Altos del Chiapas confinando con i municipi di Bochil, Simojovel, Larràinzar, Chalchihuitnhan, e visse negli anni 80 diverse invasioni (o recuperi secondo alcuni)proprietà terriere che in alcuni casi furono legalizzati come ejidos a favore delle popolazioni indigene, contadini poveri e peones ( lavoratore giornaliero)o della propria finca (terreno di un grande o medio propritario terriero)o delle vicinanze. Fu anche una zona di sangue e violenze, nell’ appropiarsi delle terre e nelle repressioni, ai tempi del governatore Absalòn Castellanos 83-88 e Patrocinio Gonzàlez Garrido.
Dopo il levantamiento zapatista, nel gennaio 1994, ci furono le elezioni del governatore dello stato del Chiapas,dove si candidò don Amado Avendanho. La frode elettorale favorì il candidato ufficiale del PRI (partito di estrema destra, noto per la sua violenta repressione),Edegar Robledo. La popolazione manifestò il suo rifiuto in varie forme, una delle quali fu non partecipare alle elezioni municipali del 1995. Nel municipio de El Bosque il risultato fu PRI 19%, PT 7% e PRD 1% e l’astensione fu del 73%. Di fronte alla frode elettorale del 94 l’EZLN promuove a partire dal 1995 la creazione di Municipi Autonomi Ribelli. Nel dicembre del 1995, fine del mandato municipale,il sindaco uscente del municipio de El Bosque consegna la presidenza municipale all’eletto per maggioranza dalla popolazione secondo usi e costumi.
Il Candidato ufficiale eletto del PRI tentò di prendere la presidenza senza successo, e protestò di fronte al palazzo municipale. A partire dal 1996 si raggiunse un accordo verbale di non aggressione e convivenza mutua, le proprie differenze tra le due autorità si risolvono con incontri e accordi.Il 6 febbraio del 1997, 50 membri dell’esercito messicano in uniforme entrano e assediano la presidenza municipale, questo fu il primo attacco in questo municipio autonomo, la scalata della guerra controinsurgente va crescendo e nelle comunità di San Pedro Nixtalucum (municipio de El Bosque/San Juan de la Libertad) di fronte ad un conflitto che stava già trovando la sua soluzione, l’intervento della polizia PSP (con la partecipazione del CISEN e del PGJE) provocò morti, feriti, detenuti, arresti e esiliati. Si creò una situazione di paura e di sospetto.
I municipi autonomi Ricardo Flores Magòn,Tierra y Libertad, San Juan de la Libertad e il costituzionale Nicolas Ruiz,furono smantellati e militarizzati in questa operazione controinsurgente dello stato messicano. Il 10 giugno del 1998 alle 6:30 della mattina arrivarono a Chavajeval ( municipio de El Bosque/San Juan de la Libertad)3.500 ELEMENTI DI DIFFERENTI CORPI DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELL’ESERCITO, assediarono il paese, arrestarono uomini e donne, li colpirono e li fecero salire sui loro veicoli,saccheggiarono e devastarono, inoltre perseguirono coloro che scapparono sui monti, incluso con un elicottero, la sparatoia finì alle 15:30.
Non rimase nessuna prova di questo atto di violenza, si « portarono via tutto, anche i morti ». Tutto fu pulito, fecero sparire i bussolotti e i segni degli spari. Si dice che ci furono morti,7 zapatisti, 2 poliziotti e un priista. E sembrerebbe che ci furono due sparatoie una in Chavajeval e un’altra in Uniòn Progreso.

FATTI

Nel giugno del 2000 la tensione della polizia era incrementata dall’idea che gruppi di civili armati volevano prendere potere della presidenza del municipio de El Bosque e/o del municipio di Simojovel, fu ciò che comunicarono ai presidenti municipali e realizzarono pattuglie di controllo nella zona. Il giorno 12 di giugno un gruppo di persone armate fece un’imboscata nella strada statale nei pressi de Las Limas, e colpirono una pattuglia nella quale si trovavano 9 persone, 7 persero la vita, 2 ferite, ovvero un membro della PSP (polizia di stato) e il figlio del presidente municipale di El Bosque che conduceva il veicolo.
La Procura Generale della Repubblica comiciò subito le investigazioni. Il poliziotto sopravissuto, prima di perdere i sensi , riferì che vide un uomo vestito con abiti civili e incappucciato. E non poté testimoniare niente .
Il figlio del presidente municipale perse l’udito per gli spari e andò in ospedale dove firmò ( o si falsificò la sua firma) una dichiarazione in cui accusava il professore Patishtàn e Salvador Gonzàlez.
Il 2 giugno (giorno in cui è avvenuta la sparatoia) il professor Alberto stava partecipando ad una riunione ufficiale indetta da una circolare ufficiale girata dal supervisore della zona 204, questo officio e il controllo delle liste di presenza, così come la testimonianza dei suoi colleghi maestri presenti alla riunione, dimostrano l’infondatezza delle accuse e l’ingiustizia del suo incarceramento. Finita la riunione, il professor Patishtàn andò a Simojovel per la festa di S.Antonio, e lì incontro alcuni conoscenti che gli raccontarono ciò che successe a Limas.
Successivamente torno a casa e nel tragitto vide veicoli ministeriali e federali, e altri agenti facendo perquisizioni minuziose. Arrivato al suo paese notò che tra le persone vi era inquietudine e paura, convocarono un’assemblea tra le persone che lavoravano nel paese stesso, si fece nel salone dei “beni comunali”,decidendo di sospendere tutte le attività che praticavano con il presidente municipale. Nella notte un impiegato municipale lo informò che lo stesso presidente cercava di incolparlo e ,insieme a lui, anche qualche altro compagno di ciò che successe quel giorno, perciò gli raccomandava di rifugiarsi. Il professore però convinto della sua effettiva e palese innocenza continuò la sua vita, nonostante i rumori su questa faccenda continuavano. Il 19 giugno del 2000, sette giorni dopo l’imboscata, il professore si stava recando al suo lavoro , 4 uomini vestiti da civile scesero da una camionetta e se lo portarono via senza spiegargli niente ne gli mostrarono un mandato di cattura. E da qui comincia il calvario e la lotta per la giustizia che ancora oggi segue.

DETENZIONE E INCARCERAZIONE

Detenzione illegale senza ordine di cattura. Nelle offici della Procura in Tuxtla Gutiérrez, fu obbligato a depositare una dichiarazione senza nessun avvocato presente. Il pubblico ministero Lic. Ernesto Vàzquez Reyna, (inscritto all’Unità Specializzata per l’Attenzione dei delitti commessi da presunti gruppi di civili armati) ha ordinato di procedere con le indagini preliminari . “Periti della AFI”con tamponi impregnati di una sostanza unsero le sue mani, le orecchie e i piedi. Con la coscienza pulita Alberto non si oppose. Gli dissero che dalle analisi risultò che aveva sparato con la mano sinistra. “Mai nella via vita ho maneggiato un’arma né di piccolo ne tanto meno di grande calibro” . Dopo una settimana fu trasferito nel hotel Zafari in Tuxtla Gutiérrez, nel quale fu detenuto per 30 giorni. Il processo ebbe luogo nel tribunale del Primo Distretto di fronte al giudice Lic. Roberto Ovando Pérez, documento 126/2000.
Nel municipio de El Bosque ci furono proteste da parte della popolazione, che chiedeva la liberazione del professore Patishtàn, manifestazioni con striscioni da parte dei suoi colleghi del magistero, incluso l’occupazione della presidenza municipale de El Bosque. Il governatore Albores Guillén promise la libertà di Alberto se avessero abbandonato il palazzo municipale, il popolo così fece. Ma il governatore non mantenne le sue promesse. Successivamente il detenuto fu trasferito nel CERESO n.1 di Cerro Hueco in Tuxtla Gutiérrez. Poteva ricevere le visite dei suoi colleghi maestri, amici e anche familiari.
Furono anche riunite prove di scagionamento, confronti all’americana, lettere da parte di organizzazioni, agenti municipali, commissari ejidali in suo favore, per più di un anno. Un anno dopo dei fatti il figlio del presidente municipale, dichiara che vide Patishtàn, che lo colpì quando era disteso al suolo e che aveva il volto scoperto, testimone contraddittorio con ciò che aveva dichiarato il poliziotto, il quale riferì che gli assaltatori erano incappucciati.
Insieme ad altri maestri incarcerati e altri prigionieri indigeni iniziarono lo sciopero della fame e si cucirono le labbra, chiamando il loro movimento “La voz de la dignidad rebelde”.Pablo Salazar all’epoca era già governatore del Chiapas, liberò a un prigioniero in cambio della fine dello sciopero e così ingannò tutti incluso la Secciòn VII del SNTE. La voz de la dignidad rebelde fu per 2 o 3 anni una voce in cerca di giustizia.

SENTENZA

Il giorno del 18 marzo del 2002 fu condannato a 60 anni di prigione. Ci fu il ricorso in appello, di fronte al 2° Tribunale unitario del ventesimo circuito, atto della corte penale n.100/2002. La sentenza fu confermata il 21 agosto del 2002. Chiese il ricorso in cassazione , di fronte al Primer Tribunal Colegiado del ventesimo circuito (atto n. 58/203) e nel giugno 2003, il ricorso fu negato.
Quando stavano per indurre un altro sciopero in prigione nel CERESO N.1 una spia filtrò l’informazione alla direzione e il professore fu trasferito nel CERESO N.2. Dopo pochi mesi si organizzò nuovamente uno sciopero connesso contemporaneamente agli scioperi nel CERESO de Comitàn e di Tapachula. Durante 11 giorni, gli scioperanti ricevettero minacce di percosse, trasferiti e nuovamente promesse false. Il 1 luglio del 2004 furono trasferiti in camion, ammanettati ed ammucchiati come bestiame al CERESO 14 conosciuto come El Amate.
Il professor Patishtàn fu etichettato come individuo pericoloso e lo assegnarono ad una unità speciale, nella quale gli imposero un uniforme arancione e con nessun abito civile. Non gli davano neanche da mangiare, appena l’acqua.
Ai tre giorni si destò un’insurrezione in tutta la popolazione disperata per le condizioni inumane.
Nel momento in cui seppero del viaggio del Sub Comandante Marcos in tutto il Messico, gli inviarono una lettera, nella quale dichiararono la propria organizzazione “La Voz del Amate” come aderente alla Otra Campaña, e installarono un presidio permanente fuori dei capannoni all’aria aperta. Era il 5 gennaio del 2006.
Il 25 febbraio del 2008 iniziano uno sciopero della fame indeterminato, unendosi allo sciopero già iniziato del compagno Zacario, successivamente lo sciopero si estese all’interno dell’amate e giorni dopo al CERESO 5 di San Cristobal de Las Casas, al CERESO de Playas de Catazjà e il carcere de Tacotalpa in Tabasco. La solidarietà nei confronti di questo movimento in lotta alla ricerca di giustizia fu grande in Chiapas, in Messico, e anche in ambiente internazionale. Jtatik Samuel Ruiz gli diede il proprio appoggio e chiese al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas che attendesse alle loro domande.
Dopo 41 giorni di digiuno, lo sciopero cessò. Il governo implementò un tavolo di riconciliazione e di revisione degli atti dei processi, ottenendo la libertà di tutti i richiedenti, eccetto quella del professor Patishtàn.
Nel gennaio del 2010 , le organizzazioni promotrici del Riconoscimento Jcanan lum Jtatik Samuel, consegnarono suddetto riconoscimento al professor Alberto Patishtàn Gòmez per il “suo servizio, la dedizione e l’amore nei confronti del suo popolo”. Fu proprio il vescovo emerito Samuel Ruiz ad entrare nel penale N.5 per consegnarli personalmente il meritato riconoscimento, che condivise in quel anno con la Sociedad Civil Las Abejas, la Coordinadora Diocesana de Mujeres CODIMUJ, e il Pueblo Creyente.
Durante 6 mesi nel 2010 fu trasferito ad un ospedale di Tuxtla per essere curato agli occhi, in quanto stava perdendo la vista gradualmente, purtroppo senza risultati positivi. In questa circostanza, il governatore lo andò a visitare, il quale gli confermò che avrebbe fatto i ricorsi necessari di fronte alla federazione per essere messo in libertà. Non ci sono stati risultati fino ad ora.
In questi 12 anni di privazione della propria libertà, il professore ha sempre continuato la sua lotta per la giustizia e per la ricerca di un mondo migliore. In tutti penali come nel Cerro Hueco, El Amate, el nùmero 5 è stato maestro stimolante per chi aveva voglia di conoscere e non ebbe la possibilità di andare a scuola, alfabetizzò, ed insegnò spagnolo agli indigeni che parlavano solo la loro lingua e il suo spirito si fortificò in queste dure prove ed è stato per molti reclusi un aiuto ed un esempio. Fu nominato (mentre si trovava nel CERESO 14 ) ministro dell’eucaristia per la Diocesi di Tuxtla, così come fu invitato ad essere guida nei ritiri spirituali per agenti pastorali di questa diocesi. Non dimenticò mai di essere il padre di due figli e gli aiutò sempre dalla sua detenzione e durante questi anni di reclusione, continua ad aiutarli e come può gli fa sentire il proprio affetto e appoggio.

DAL 2000 AL 2011

Il caso è stato presentato alla COMISION INTERAMERICANA DE DERECHOS HUMANOS il giorno 3 agosto del 2010. Il 17 dicembre del 2010 è stato registrato con il numero P-1119-10.2
Alberto Patishtàn Gòmez entrò nuovamente in sciopero della fame nella ricerca della propria libertà e giustizia per tutti coloro che sono ingiustamente incarcerati, che è durato dal 29 settembre al 31 ottobre 2011.
Al giorno d’oggi 7 maggio 2012 si trova nel CEFERESO N.8 Norponiente in Guasave, Sinaloa. Trasferito il giorno 20 ottobre 2011 per richiesta del Governo del Chiapas, mentre partecipava insieme ai suoi compagni ad uno sciopero della fame per chiedere giustizia. In questo periodo passò mesi in regime d’isolamento, dove non entrò in contatto con nessun essere umano, e gli furono negate anche le cure necessarie per la sua stessa vita. Il professore soffre di glaucoma, una malattia cronica che se non curata in maniera adeguata porta alla perdita della vista.
Ci fu un ricorso in appello contro questo trasferimento avanzato dal Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, il 29 di febbraio 2012 il giudice corrispondente accolse la richiesta d’appello ed il corrispondente ritorno in Chiapas del professor Alberto.
Ci troviamo nel periodo in cui il governo statale si può interporre a questa sentenza di  ritorno.                                                                                                                                 

[MoviengToGaza] QUELLO CHE POTEVA SUCCEDERE


Oggi non scriveremo un report.
Non lo faremo perché non vogliamo raccontare quello che è successo, ma quello che poteva succedere.
Poteva succedere che la famiglia di Khuza’a che abbiamo aiutato a mietere il raccolto di un anno riuscisse a terminare il lavoro senza problemi.
Poteva succedere che i tank israeliani non entrassero nelle loro terre bruciando tutto e sparando sulla gente senza rispetto alcuno per la vita umana.
Poteva succedere che uno di loro non venisse ferito all’addome mentre stava nel salotto di casa sua, sperando di essere al riparo dal fuoco nemico.
Poteva succedere che nessun elicottero sparasse sugli internazionali accorsi a proteggere quelle famiglie di contadini.
Infine poteva succedere che Khuza’a non venisse invasa da 25 tank e numerosi apache che a suon di mitragliatori facessero scappare la popolazione, e che poi entrassero nell’area abitata minacciando di demolire le loro case.

Ma in fondo questo è solo quello che poteva succedere se a Gaza ci fosse un conflitto e la popolazione civile fosse proprio nel mezzo.
Questo poi è quello che sentiremmo dalle televisioni di tutto il mondo se il conflitto fosse un evento interessante di cui parlare e se si volesse denunciare il genocidio che il popolo palestinese subirebbe in quel caso.

Invece nessuno parla di queste cose perché queste cose non succedono. Sono solo propaganda di fondamentalisti ed estremisti, gente pronta a tutto pur di far credere al mondo che in Palestina c’è un popolo che ogni giorno muore e grida la sua rabbia.

Insomma, qualsiasi sia la vostra percezione della realtà, noi speriamo che ogni volta che accendete la televisione, il computer o leggete il giornale pensiate che avete una mente critica e che non dovete solo ascoltare senza pensare. Speriamo che in Palestina, in Israele e nel resto del mondo le persone siano ancora in grado di capire la differenza fra quello che succede e quello che ci vogliono far credere succeda.
Perché noi qui una cosa l’abbiamo capita: questo conflitto avrà solo una via d’uscita.
E questa via d’uscita non sarà decisa dai governi e dalle banche che gestiscono il traffico di armi e le ricostruzioni.
Questa via d’uscita la decideranno il popolo palestinese ed il popolo israeliano quando potranno e vorranno prendere in mano le sorti del proprio destino.
Questo è quello che poteva succedere, quello che potrebbe succedere.

[Palestina] [Diario di bordo] REPORT SESTO GIORNO

REPORT SESTO GIORNO

Oggi andiamo a conoscere l’università Al Aqsa, che si distingue da quella islamica perchè vengono ammesse persone di differente appartenenza sociale e politica.
Avvicinandoci alla zona universitaria ci rendiamo subito conto che c’è un alto numero di ragazze. Ci spiegheranno poi che oggi è la giornata delle ragazze. Domani sarà quella dei ragazzi. Da due anni l’università qui non è più mista ma dedica tre giorni la settimana agli uomini e tre alle donne.
Questo ovviamente è dato dalle strutture veramente limitate ma, ci spiegherà poi il rettore, anche dalla volontà di rispettare le tradizioni culturali e religiose.
Nessuno ci spiegherà però come mai fino a tre anni fa tali tradizioni non vennero mai prese in considerazione.

All’ingresso del piccolo campus veniamo subito fermati da tre guardie.
Ci spiegheranno che quest’università ha dovuto alzare il livello di sicurezza negli ultimi anni.
Notiamo infatti che è circondata da un muro di cinta altissimo con filo spinato.

Dopo un’intervista col rettore molto formale in cui ci viene spiegato quali sono le principali materie di insegnamento, come vengono organizzate le classi, che borse di studio ci sono e quali possono essere le possibilità per i giovani una volta laureati (pare che la speranza maggiore sia poter andare all’estero a completare gli studi o ad inserirsi nel mondo del lavoro). Ci spiega che la più grande difficoltà per i studenti è la mancanza della elettricità e di petrolio (il generatore dell’università consuma circa 20 litri all’ora ed ora è spento per la crisi energetica). La penuria di petrolio causa spesso anche disagi alla mobilità e molti ragazzi non riescono a raggiungere l’università.
Altro grosso problema è legato al tasso di disoccupazione: non poter trovare un lavoro dopo lo studio, fa disperare i giovani e spesso fa venir voglia di lasciare il paese.
Dopo l’intervista ci dirigiamo verso la mensa.

Appena iniziamo a fare immagini di copertura al cortile ci si avvicina una piccola folla di ragazze velate.

- Come ti chiami?
- Di che televisione siete?
- Da dove venite?

Curiosissime di poter incontrare stranieri e di avere contatto con gente così strana e diversa rispetto a loro, queste ragazzine hanno una gran voglia di parlare, confrontarsi e raccontarci come vivono a Gaza.

- Noi vogliamo sposare un palestinese perché hanno le nostre stesse abitudini e tradizioni.
- Non mi tolgo il velo se non con mio padre, mio fratello e quando lo avrò mio marito. Non voglio scoprire il mio volto ed il mio corpo a chi non conosco.

Tutte queste ragazze vorranno poi una mail o un contatto per poter vedere le loro immagini sul web: sempre di più ci convinciamo che alcuni costumi qui vengano rispettati nella vita ‘reale’ ma che nella vita ‘virtuale’, dove siamo liberi e libere di metterci in gioco, alcuni tabù sociali siano già stati da lungo tempo superati.
Appena proviamo a fare qualche domanda di politica ci viene detto che loro preferiscono non rispondere, ma poi qualcosa esce:

- Si, le prossime elezioni ci saranno. Non sappiamo quando, ma sicuramente ci saranno.

Intervistiamo poi anche un ragazzo circa ventitreenne, responsabile dei rapporti con gli internazionali in visita all’università.
Lui ci risponde in modo molto blando e formale. Per lui la situazione politica a Gaza è democraticamente rispettata. Non sa quando ci saranno le prossime elezioni, ma chi ora governa Gaza è stato scelto dal popolo.

Dopo l’università andiamo al El Nahde, uno dei centri giovanili dove i ragazzi di Gaza possono incontrarsi, fare attività insieme, conoscersi.
In questo centro, ci spiega Youthy il coordinatore del posto, viene supportato un centro medico, e promosse attività di vario genere come workshops, corsi di arte inglese, tematiche politiche, sociali e culturali.
In generale l’idea è quella di coltivare i giovani talenti di Gaza, come i due ragazzi che si fanno chiamare Sound from the Street e che alla fine della nostra visita ci cantano due pezzi rap scritti da loro:

- Questo è uno studio di registrazione che stiamo costruendo con le nostre forze e materiale di recupero.

Ci racconta un altro responsabile del centro passeggiando fra i cartoni delle uova e i barattoli di vernice.

- Posti come questo sono molto importanti qui a Gaza. Servono a far capire ai ragazzi che, anche se la realtà in cui sono cresciuti è molto dura, il loro futuro se lo devono creare da soli, coltivando le loro capacità e le loro aspirazioni. Questo è quello che libererà Gaza e il popolo palestinese. I ragazzi sono il nostro futuro.

Ce ne andiamo dal centro felici di aver incontrato molti ragazzi e ragazze che ci hanno spiegato le diverse sfaccettature del mondo giovanile, così complesso e pieno di contraddizioni.
Come ci hanno detto i ragazzi sono il futuro di questo paese e noi in loro riponiamo le speranze di una nuova Palestina.