[Mexico] IL CASO DELLA COMPAGNA ROSA LOPEZ DIAZ

dal sito del nodo solidale: http://www.autistici.org/nodosolidale/altre_pagine.php?l=it&id=2

DATI PERSONALI

Nome e Cognome: Rosa Lopez Diaz
Data di nascita: 2 Dicembre 1978
Luogo di nascita: San Cristobal de las Casas.
Stato civile: coppia di fatto
Lingua: Tsotsil
Numero familiari: 1 figlio di 2 anni, oltre la sua mamma
Domicilio attuale della famiglia: Jardin de nuevo eden, Teopisca. Il figlio vive con lei
Organizzazione: Solidarios de la Voz del Amate
Incarico nella comunità: non ha avuto incarichi nella sua comunità
Occupazione: Commerciante di abiti e accessori
Dossier: 056/2007

DETENZIONE
Rosa Lopez Diaz fu arrestata il 10  di  maggio 2007 insieme a suo marito nel parco centrale di San Cristobal de las Casas, da alcune persone vestite da civili. La gettarono immediatamente sul pavimento. Non si identificarono, sentì che suo marito (il compagno Alfredo) chiese loro che si identificassero però non lo fecero.La condussero sino ad una camionetta e la misero sul pavimento con un piede su di lei. Le bendarono gli occhi.
Trascorso il tempo la gettarono in un luogo che teneva foglie secche coprendole la sua testa con una borsa mentre nella sua bocca misero uno straccio bagnato con l’intenzione di asfissiarla. La colpirono nello stomaco.
Ella chiese loro di fermarsi perché era incinta ma non si fermarono.
Dopo la riportarono sulla camionetta, e la portarono in un luogo sconosciuto. Qui capì che era sola, ossia che non stava con suo marito. La tennero inginocchiata, ammanettata e con gli occhi bendati. Chiese loro:”Cosa sta succedendo”. Le risposero:”Questo non ti importa, perché ora sei finita”.
Rosa ci racconta:”Piansi, piansi, perché non sapevo cosa mi accadesse, piansi per la mia famiglia, per la mia mamma. Non saprei come descrivere la paura che sentii.” ”Essi  continuarono gridando: “Da qui non ti salverai. Da dove ti porteremo, non uscirai”. Dopo gli aggressori abbandonarono la camionetta e le dissero a Rosa: “Non ti muovere. Se fai qualcosa, qui tu muori”.
Approssimativamente 40 minuti più tardi, la portarono nella stessa casa dove tenevano trattenuto suo marito. La fecero sedere contro la parete, ammanettata, con gli occhi bendati e iniziarono a colpirla.  La torturarono. Con uno straccio umido coprirono il suo viso, e sopra misero una borsa di plastica. Intanto le colpivano lo stomaco. Gli aggressori le dicevano. “Quando vorrai parlare muovi la testa”. Rosa, calpestava, perché si sentiva asfissiata. Le tolsero la borsa e le diedero tre schiaffi. “ Dove la tieni. Non ti faccia……., sai  bene di chi stiamo parlando”.
La portarono in una altra stanza lontana. Nell’interno della stanza  la denudarono e subì violenza sessuale, la toccano da tutte le parti del suo corpo, minacciandola di violentarla. Le raccontano che vogliono che lei dica che sequestrò Claudia Estefani.
Rosa piangeva, e chiedeva che non le facessero niente,  che lei non aveva sequestrato nessuno. “Come dirò qualcosa che non ho fatto”, domandò Rosa. Uno degli aggressori la buttò sul pavimento, altri due la maltrattarono, ella sentì che qualcuno le si mise sopra, con l’intenzione di violentarla. Rosa racconta che in quel momento non potè più e disse:” non mi violentate, sono incinta” e uno dei suoi aggressori le dice:” Se dici che lo facesti,non ti facciamo niente”. Quindi Rosa dice loro di sì, che aveva sequestrato, sebbene fosse falso.
Così la sollevarono, la fecero uscire dalla stanza e la lasciarono sola in casa. All’improvviso ritornano, e Rosa ascolta le grida di suo marito, Alfredo. Rosa ci riferisce “Dissi , Grazie a Dio. È vivo”. Aveva pensato che lo avessero ammazzato.

DICHIARAZIONE

Da lì furono condotti al Pubblico Ministero. Lì hanno ricevuto nuovamente minacce di morte da parte di alcuni uomini di cui Rosa non conosce nè i loro nomi  né i loro incarichi nel pubblico ministero. La obbligarono a firmare un foglio in bianco. In questi uffici può parlare perfino con il compagno Alfredo (suo marito) e gli chiede se sa perché li tengono lì. Alfredo le racconta che suo cugino ha “sequestrato” la fidanzata, ciò in questi popoli significa che la fidanzata va con suo marito sino a che questo paga la dote.”Cose di uomini” dice Rosa.
Rosa  non ha mai avuto accesso a un traduttore qualificato che conoscesse la lingua e i costumi  tsotsiles. Nella dichiarazione il suo difensore di ufficio Joaquìn Dominguez Trejo fu presente solo in una parte.  Le lessero la sua dichiarazione, ma non la capì,senza il traduttore  non comprese i termini giuridici. Per questo Rosa non era d’accordo, ma la obbligarono a firmare.
Quindi la trasferirono al carcere CERSS n°5 de San Cristobal de las Casas accusata di sequestro.
Tocca menzionare che Rosa non ebbe mai cure mediche per la tortura, sia fisica che psicologica, di cui soffrì.

PROCESSO

Trascorsi 14 mesi dal momento della sua detenzione le sentenziarono a 27 anni, 6 mesi e 17 giorni. Lei si appellò a detta sentenza, e la ridussero di 17 giorni.  Il 13 aprile 2009 è l’ultima volta che ha visto il suo avvocato.


CONDIZIONI IN PRIGIONE

Rosa soffre di forti dolori alle spalle da circa due anni. Infatti  la fa soffrire l’ora della passeggiata. Soffre forti dolori di testa, e febbre. Ha l’ernia ombelicale che mette in grave pericolo la sua vita. Non ha avuto le cure mediche sebbene le ha sollecitate varie volte e lo ha denunciato pubblicamente.
Rosa non ha sufficienti  entrate economiche per sostenere la sua famiglia.

IMPATTO DELLA DETENZIONE SULLA FAMIGLIA E/O LA COMUNITA’

L’impatto nella sua famiglia è stato molto grande a livello emozionale e di salute, poiché le malattie delle quali soffre la famiglia si aggrava per l’impatto emozionale derivato dalla reclusione di Rosa.
Rosa era incinta di 4 mesi quando la torturarono. Suo figlio nacque con paresi celebrale, molto probabilmente questo fu causato dalle differenti  forme di tortura che subì nella sua detenzione. A causa della sua malattia, suo figlio Natanael  morì lo scorso 26 ottobre, a 4 anni di età.
Rosa fa parte dell’organizzazione di LOS SOLIDARIOS DE LA VOZ DEL AMATE. Dalla prigione Rosa ha denunciato in varie occasioni  il trattamento sofferto e le condizioni generali del settore femminile del CERSS n° 5 de San Cristobal de las Casas, così come le ingiustizie che stanno vivendo per le politiche del mal governo.
Rosa aveva digiunato nei 39 giorni, durante la protesta che si sollevò nel carcere di Los Llanos. Tocca ricordare che durante il suo digiuno, Rosa ricevette in varie occasioni  minacce e istigamenti per obbligarla a lasciare il suo atto di manifestazione che teneva come obiettivo esigere la sua libertà immediata così come per i suoi compagni di lotta.


LE PAROLE DI ROSA

La versione integrale di un’intervista di Luisa Betti, giornalista de Il Manifesto, nella quale Rosa racconta dettagliatamente la sua vicenda. Leggi qui

Parole di Rosa Lopez sulla lotta in carcere in Chiapas. Leggi qui

[Messico] Pronunciamiento del Foro contra la prisión política y por la libertad de Alberto Patishtán


San Cristóbal de Las Casas a 14 de mayo de 2012

Pronunciamiento del Foro contra la prisión política y por la libertad de Alberto Patishtán

El pasado 12 y 13 de mayo se realizó en las instalaciones de CIDECI-Unitierra situado en la ciudad de San Cristóbal de Las Casas, un Foro contra la prisión política y por la libertad de Alberto Patishtán Gómez convocado por la Red contra la Represión y por la Solidaridad.

Acudieron al Foro más de doscientas personas de diferentes nacionalidades y pertenecientes a más de 50 organizaciones, comunidades y colectivos de Mexico y de otros paises.

A través de familiares de presos y presas, y varias organizaciones, un total de 21 pres@s y expres@s fueron representados en el Foro Contra la Prision Politica y por la Libertad de Alberto Patishtán.

La palabra de nuestros presos y presas llegó a traves de ponencias realizadas por compañer@s y familiares. También las voces de algunos de ellos estuvieron presentes mediante grabaciones de audio, así desde el Ceferezo, penal de máxima seguridad Guasave Sinaloa llegó la palabra de Alberto Patishtán Gómez, la de l@s Solidari@s de la Voz del Amate desde el CERSS Nº 5 de San Cristóbal de Las Casas y la de Máximo Mojica desde Guerrero. También se mostraron video grabaciones, como el video que realizaron los compañeros y compañeras del Movimiento por Justicia en el Barrio de Nueva York, y se leyeron cartas de organizaciones internacionales solidarias, que aunque por distancia geografica no pudieron estar presentes, los sentimos cerca durante todo el evento. Para estas organizaciones que nos demuestran que la solidaridad no entiende de fronteras, sino que en la distancia los lazos de solidaridad se siguen tejiendo conjuntamente, les enviamos un fuerte abrazo. A Les Trois Passants de Francia, al Comité de Solidaridad con los Pueblos de Chiapas en Lucha (CSPCL Paris), a la Plataforma Vasca de Solidaridad con Chiapas de Euskal Herria, a la Plataforma Pirata de Italia, Suiza y México y a la CGT del Estado Español.

En este mismo sentido queremos mostrar nuestra solidaridad hacia la compañera del Estado Español Laura Gómez de la CGT-Barcelona que desde el pasado 25 de abril se encuentra privada de libertad.

Así como también l@s tres compañer@s que se encuntran privad@s de libertad en Suiza y que responden a los nombres de Costa, Silvia y Billi.

De esta manera pudimos conocer sus historias y constatar que nuestro dolor es un trazo más dentro del mapa represivo que dibuja el mal gobierno y las instituciones encargadas de impartir justicia. También vimos que muchas son nuestras luchas y much@s l@s compañer@s que estan privados de libertad por el hecho de que estas luchas son parte vital en su caminar.

Vemos que la represión es una constante, es un camino que los de arriba van dibujando transfiriendole mayor o menor intensidad, pero que no cesa y es parte intrínseca de este sistema en el cual se polariza de forma extrema la violencia, siendo esta monopolio exclusivo del Estado. Vemos también que la prisión es un medio disuasorio que a traves del miedo ejerce un control social y político. Pero que a traves del trabajo colectivo, del apoyo mutuo, del constituirnos como parte de un todo que conserva las particularidades de cada quien, hemos de superar esos miedos, hemos de vencerlos.

Así pues en el transcurso del dia 12 de mayo se compartieron las experiencias de los siguientes casos de compañeros y compañeras que en su mayoría se encuentran privad@s de libertad en un contexto de prisión política:

La Voz del Amate:

Alberto patishtán Gómez, preso en el cefereso en Guasave Sinaloa

Rosario Díaz, preso en CERSS Nº5 de San Cristóbal de Las Casas

Solidari@s de la Voz del Amate recluidos en el CERRS Nº5:

Pedro López

Juan Collazo

Alfredo López

Rosa López

Alejandro Díaz

Juan Díaz

Enrique Gómez preso en el CERSS Nº14 el Amate

Base de Apoyo del EZLN

Francisco Sántiz recluido en el CERRS Nº5

Presos de San Sebastián Bachajón

Antonio Estrada recluido en el CERSS Nº17 de Playas de Catazajá

Miguel Vazquez recluido en el CERSS Nº16 de Ocosingo

Miguel Demeza recluido en el CERSS Nº14 el Amate

Pres@s en el estado de Guerrero recluid@s en el CERESO Tecpan de Galeana

Máximo Mojica

María de los Angeles Hernandez

Santiago Nazario

La Voz de Loxicha

Alvaro Sebastian Ramírez

Compañeros Expresos

CODEDI-Xanica de Oaxaca

Abraham Ramírez

Del Distrito Federal

Victor Herrera

De Atenco

Ignacio del Valle

Norma Jimenez

Solidarios de la Voz del Amate

Andrés Nuñez

José Díaz

El dia 13 de mayo se realizaron diferentes mesas de trabajo con el fin de extructurar un calendario de lucha en torno a los ejes de prisión política y la liberación de Alberto Patishtán, poniendo también especial atención en l@ compañer@s pres@s que fueron representad@s durante el foro.

Estas son algunas de las acciones que se llevaran a cabo proximamente y las cuales enmarcamos dentro de la Semana Mundial por la libertad de Alberto Patishtán y Francisco Sántiz “A tumbar las paredes del calabozo”:

Marcha-mitin en la cabecera municipal del Bosque el día 18 de mayo a las 12h del día. Mitin simultaneo por el Movimiento por la Paz con Justicia fuera la reprepresentación de la casa del gobierno de Chiapas en el DF.

19 de mayo: Evento político-cultural en los distintos estados, en solidaridad con las comunidades zapatistas. También se abordará la prisión política.

Pase de video del colectivo Koman Ilel sobre Alberto Patishtán.

Acto de solidaridad en la comunidad de Cruztón.

Acto de Solidaridad en el Pueblo organizado San Francisco.

Acto de Solidaridad en Candelaria el Alto.

Mitin informativo sobre comunidades zapatistas y pres@s polític@s en Bellas Artes ciudad de México, el mismo 19 de mayo como parte de esta acción. En San Cristóbal de las Casas a las 18 horas en el Paliacate.

19 de mayo: Evento en solidaridad con las comunidades zapatistas y por la libertad de Patishtán en Oaxaca.

Dislocada nacional e internacional el 19 de junio para exigir la libertad de Alberto Patishtán.

Dislocada nacional e internacional en septiembre- octubre.

Campaña nacional e internacional de pronunciamientos para exigir la libertad de l@s pres@s políticos y denunciar violaciones de derechos humanos.

Caravana de visitas y denuncia en los penales donde están nuestr@s pres@s.

También se ha creado un blog donde se podrá dar continuidad a nuestr@s pres@s polític@s.

La dirección del blog es: foroporlalibertad.noblogs.org

Por otra parte queremos remarcar la importancia de no dejar en el olvido a l@s compañer@s que están en prisión, ell@s constituyen una parte importantísima de nuestra lucha y nuestro caminar.

Nuestro compromiso es con los de abajo, con los desposeidos, y la prisión es una maquila que trabaja incesantemente para tratar de despojarnos de nosotros mismos, de nuestra identidad, de nuestra historia. Esa es la lucha diaria de nuestr@s pres@s, y también de la nuestra ya que ell@s son la representación de un compromiso inalterable.

¡Libertad a l@s pres@s polític@s!

¡Libertad a Alberto Patishtán Gómez!

¡Viva el EZLN!

¡Libertad a Francisco Santis López!

¡Si nos tocan a unx, nos tocan a todxs!

[MoviengToGaza] SCIOPERO DELLA FAME A GAZA IN SOLIDARIETA’ AI PRIGIONIERI

Il lunedì a Gaza è dal 1995 il giorno della marcia pacifica per rivendicare i diritti dei prigionieri politici detenuti in Israele.
Davanti le porte del comitato Internazionale della Croce Rossa, che dal 1967 assiste i palestinesi nella visita dei propri familiari, ogni settimana centinaia di madri si riuniscono con alte le foto dei propri cari e care per ricordare al mondo che queste persone sono vive e chiedono giustizia e per far sapere ai detenuti che fuori le loro famiglie non smettono di resistere.

I diritti dei detenuti a Gaza sono una causa che riguarda tutti, ogni partito aderisce a questo movimento di solidarietà, supporta le famiglie dei detenuti e tenta di resistere all’occupazione con questi piccoli ma forti gesti. Per questa causa non importa la religione o il credo politico, per i diritti dei prigionieri nelle carceri israeliani, i palestinesi sono un solo popolo, unito.
Gli obiettivi di questo sciopero sono chiedere che vengano cessate le reclusioni in isolamento, che le famiglie possano visitare i propri detenuti, che cessino i raid notturni e le punizioni collettive e tutte le pratiche umilianti. Inoltre, attraverso l’uso dei media si cerca di muovere le opinioni pubbliche locali, regionali e internazionali, facendo pressione sul governo occupante per renderlo responsabile della salute di tutti i detenuti.

Durante la prima Intifada, fra il 1997 ed il 2003, furono fatti prigionieri circa 8000 attivisti e membri della resistenza popolare e furono due donne, Um Jaber, madre di Jaber e Um Ibrahim madre di Ibrahim, che cominciarono con questa tradizione. Due donne con la consapevolezza che presto sarebbero diventate centinaia.
Jaber fu rilasciato nel 1999, dopo aver scontato più di quattordici anni in carcere.
Ibrahim Mustafa Baroud invece, che aveva 23 anni quando fu arrestato nel 1986, è ancora in carcere. Per lungo tempo gli è stato impedito di vedere la famiglia, anche attraverso le foto. Quando finalmente gli viene concesso di vedere la madre settantenne, questa non passerà neanche il confine di Erez in quanto, dopo essere sottoposta a perquisizioni e raggi x, le viene chiesto di spogliarsi nuda. Richiesta alla quale la donna dovette negare il consenso per dignità e pudore.
Conoscere Gaza significa partecipare anche a questo momento, conoscere le madri e mogli dei detenuti e sedersi fra quelli che sono in sciopero della fame.
Il 17 Aprile in Palestina è la giornata in cui si commemorano tutti i prigionieri e da questo giorno 1600 detenuti nelle carceri israeliane sono entrati in sciopero della fame in massa, in segno di protesta contro le leggi sulla detenzione amministrativa, che permettono ad Israele di tenere in prigionia migliaia di persone a tempo indeterminato e senza accuse. Il numero degli scioperanti, in soli due giorni è salito a 2300.
Più di 300 dei 4600 prigionieri palestinesi sono detenuti da anni senza conoscere l’accusa, impedendo agli imputanti di tentare qualunque difesa. Due prigionieri sono oggi nel loro sessantottesimo giorno di sciopero e si avvicinano lentamente ad una morte dolorosissima ed ingiusta, ma purtroppo tutto quello che si ottiene nelle carceri israeliane,  storicamente passa attraverso la sofferenza.
A Gaza city, in piazza Al-Jundi, da 8 giorni, sotto la tenda della solidarietà, uomini e donne molti dei quali rilasciati con l’accordo Shalit e altri non direttamente familiari, ma comunque solidali coi detenuti, hanno iniziato lo sciopero della fame ed un presidio continuo con tende e letti, sorvegliati dagli infermieri ed infermiere della Croce Rossa.
Qui abbiamo la possibilità di intervistare Hilal Mohammed Jaradat, un uomo di 48 anni, provato e segnato da 27 anni di prigionia assegnatigli senza processo per aver ucciso un militare israeliano. -”I detenuti e anche altri palestinesi, hanno cominciato lo sciopero della fame per protestare contro l’isolamento nelle prigioni israeliane, per chiedere pasti decenti per i detenuti, per far si che venga garantito il trattamento medico quando necessario e per permettere le visite da parte dei famigliari. Noi non siamo contro gli ebrei”- continua Hilal, -”ma siamo contro l’occupazione, l’oppressione e la sofferenza.
Omar Adnan Sagawi, 48 anni, appartenente al movimento popolare, si trova in piazza Al-jundi da 7 giorni per protestare attraverso lo sciopero della fame e dimostrare solidarietà a tutti i fratelli e sorelle imprigionati nelle arcieri sioniste.
Ci sono 57 uomini e 27 donne  su questa piazza che partecipano con estrema forza e coraggio allo sciopero, nella speranza che le loro sofferenze possano dare dignità alle vite dei detenuti.
Abdelhadi Ghuniem del campo rifugiati Al-Nusairat,  ha passato 22 anni e mezzo in arresto e nove anni in isolamento e fu catturato quando l’ultimo genero era nato da poche ore.
Domani torneremo alla piazza Al-Jundi, per continuare a raccogliere informazioni sulla vita, la resistenza e lo sciopero della fame in solidarietà ai palestinesi nelle carceri Israeliane, in opposizione allo stato di occupazione.

moviengtogaza

Visita l’articolo completo su Moviengtogaza!

</

[Messico] Il caso del professore Alberto Patistàn

Alberto è un professore bilingue tsotsil. è in carcere da 12 anni e fu arrestato nel municipio de El Bosque, in Chiapas da parte di elementi dell’AFI. Per delitti che nn ha mai commesso e che lo stesso governo non riconosce che non sono fondati. I poliziotti non si sono mai identificati e non mostrarono alcun ordine di cattura.

ANTECEDENTI

IL municipio di El Bosque si trova ne Los Altos del Chiapas confinando con i municipi di Bochil, Simojovel, Larràinzar, Chalchihuitnhan, e visse negli anni 80 diverse invasioni (o recuperi secondo alcuni)proprietà terriere che in alcuni casi furono legalizzati come ejidos a favore delle popolazioni indigene, contadini poveri e peones ( lavoratore giornaliero)o della propria finca (terreno di un grande o medio propritario terriero)o delle vicinanze. Fu anche una zona di sangue e violenze, nell’ appropiarsi delle terre e nelle repressioni, ai tempi del governatore Absalòn Castellanos 83-88 e Patrocinio Gonzàlez Garrido.
Dopo il levantamiento zapatista, nel gennaio 1994, ci furono le elezioni del governatore dello stato del Chiapas,dove si candidò don Amado Avendanho. La frode elettorale favorì il candidato ufficiale del PRI (partito di estrema destra, noto per la sua violenta repressione),Edegar Robledo. La popolazione manifestò il suo rifiuto in varie forme, una delle quali fu non partecipare alle elezioni municipali del 1995. Nel municipio de El Bosque il risultato fu PRI 19%, PT 7% e PRD 1% e l’astensione fu del 73%. Di fronte alla frode elettorale del 94 l’EZLN promuove a partire dal 1995 la creazione di Municipi Autonomi Ribelli. Nel dicembre del 1995, fine del mandato municipale,il sindaco uscente del municipio de El Bosque consegna la presidenza municipale all’eletto per maggioranza dalla popolazione secondo usi e costumi.
Il Candidato ufficiale eletto del PRI tentò di prendere la presidenza senza successo, e protestò di fronte al palazzo municipale. A partire dal 1996 si raggiunse un accordo verbale di non aggressione e convivenza mutua, le proprie differenze tra le due autorità si risolvono con incontri e accordi.Il 6 febbraio del 1997, 50 membri dell’esercito messicano in uniforme entrano e assediano la presidenza municipale, questo fu il primo attacco in questo municipio autonomo, la scalata della guerra controinsurgente va crescendo e nelle comunità di San Pedro Nixtalucum (municipio de El Bosque/San Juan de la Libertad) di fronte ad un conflitto che stava già trovando la sua soluzione, l’intervento della polizia PSP (con la partecipazione del CISEN e del PGJE) provocò morti, feriti, detenuti, arresti e esiliati. Si creò una situazione di paura e di sospetto.
I municipi autonomi Ricardo Flores Magòn,Tierra y Libertad, San Juan de la Libertad e il costituzionale Nicolas Ruiz,furono smantellati e militarizzati in questa operazione controinsurgente dello stato messicano. Il 10 giugno del 1998 alle 6:30 della mattina arrivarono a Chavajeval ( municipio de El Bosque/San Juan de la Libertad)3.500 ELEMENTI DI DIFFERENTI CORPI DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELL’ESERCITO, assediarono il paese, arrestarono uomini e donne, li colpirono e li fecero salire sui loro veicoli,saccheggiarono e devastarono, inoltre perseguirono coloro che scapparono sui monti, incluso con un elicottero, la sparatoia finì alle 15:30.
Non rimase nessuna prova di questo atto di violenza, si “portarono via tutto, anche i morti”. Tutto fu pulito, fecero sparire i bussolotti e i segni degli spari. Si dice che ci furono morti,7 zapatisti, 2 poliziotti e un priista. E sembrerebbe che ci furono due sparatoie una in Chavajeval e un’altra in Uniòn Progreso.

FATTI

Nel giugno del 2000 la tensione della polizia era incrementata dall’idea che gruppi di civili armati volevano prendere potere della presidenza del municipio de El Bosque e/o del municipio di Simojovel, fu ciò che comunicarono ai presidenti municipali e realizzarono pattuglie di controllo nella zona. Il giorno 12 di giugno un gruppo di persone armate fece un’imboscata nella strada statale nei pressi de Las Limas, e colpirono una pattuglia nella quale si trovavano 9 persone, 7 persero la vita, 2 ferite, ovvero un membro della PSP (polizia di stato) e il figlio del presidente municipale di El Bosque che conduceva il veicolo.
La Procura Generale della Repubblica comiciò subito le investigazioni. Il poliziotto sopravissuto, prima di perdere i sensi , riferì che vide un uomo vestito con abiti civili e incappucciato. E non poté testimoniare niente .
Il figlio del presidente municipale perse l’udito per gli spari e andò in ospedale dove firmò ( o si falsificò la sua firma) una dichiarazione in cui accusava il professore Patishtàn e Salvador Gonzàlez.
Il 2 giugno (giorno in cui è avvenuta la sparatoia) il professor Alberto stava partecipando ad una riunione ufficiale indetta da una circolare ufficiale girata dal supervisore della zona 204, questo officio e il controllo delle liste di presenza, così come la testimonianza dei suoi colleghi maestri presenti alla riunione, dimostrano l’infondatezza delle accuse e l’ingiustizia del suo incarceramento. Finita la riunione, il professor Patishtàn andò a Simojovel per la festa di S.Antonio, e lì incontro alcuni conoscenti che gli raccontarono ciò che successe a Limas.
Successivamente torno a casa e nel tragitto vide veicoli ministeriali e federali, e altri agenti facendo perquisizioni minuziose. Arrivato al suo paese notò che tra le persone vi era inquietudine e paura, convocarono un’assemblea tra le persone che lavoravano nel paese stesso, si fece nel salone dei “beni comunali”,decidendo di sospendere tutte le attività che praticavano con il presidente municipale. Nella notte un impiegato municipale lo informò che lo stesso presidente cercava di incolparlo e ,insieme a lui, anche qualche altro compagno di ciò che successe quel giorno, perciò gli raccomandava di rifugiarsi. Il professore però convinto della sua effettiva e palese innocenza continuò la sua vita, nonostante i rumori su questa faccenda continuavano. Il 19 giugno del 2000, sette giorni dopo l’imboscata, il professore si stava recando al suo lavoro , 4 uomini vestiti da civile scesero da una camionetta e se lo portarono via senza spiegargli niente ne gli mostrarono un mandato di cattura. E da qui comincia il calvario e la lotta per la giustizia che ancora oggi segue.

DETENZIONE E INCARCERAZIONE

Detenzione illegale senza ordine di cattura. Nelle offici della Procura in Tuxtla Gutiérrez, fu obbligato a depositare una dichiarazione senza nessun avvocato presente. Il pubblico ministero Lic. Ernesto Vàzquez Reyna, (inscritto all’Unità Specializzata per l’Attenzione dei delitti commessi da presunti gruppi di civili armati) ha ordinato di procedere con le indagini preliminari . “Periti della AFI”con tamponi impregnati di una sostanza unsero le sue mani, le orecchie e i piedi. Con la coscienza pulita Alberto non si oppose. Gli dissero che dalle analisi risultò che aveva sparato con la mano sinistra. “Mai nella via vita ho maneggiato un’arma né di piccolo ne tanto meno di grande calibro” . Dopo una settimana fu trasferito nel hotel Zafari in Tuxtla Gutiérrez, nel quale fu detenuto per 30 giorni. Il processo ebbe luogo nel tribunale del Primo Distretto di fronte al giudice Lic. Roberto Ovando Pérez, documento 126/2000.
Nel municipio de El Bosque ci furono proteste da parte della popolazione, che chiedeva la liberazione del professore Patishtàn, manifestazioni con striscioni da parte dei suoi colleghi del magistero, incluso l’occupazione della presidenza municipale de El Bosque. Il governatore Albores Guillén promise la libertà di Alberto se avessero abbandonato il palazzo municipale, il popolo così fece. Ma il governatore non mantenne le sue promesse. Successivamente il detenuto fu trasferito nel CERESO n.1 di Cerro Hueco in Tuxtla Gutiérrez. Poteva ricevere le visite dei suoi colleghi maestri, amici e anche familiari.
Furono anche riunite prove di scagionamento, confronti all’americana, lettere da parte di organizzazioni, agenti municipali, commissari ejidali in suo favore, per più di un anno. Un anno dopo dei fatti il figlio del presidente municipale, dichiara che vide Patishtàn, che lo colpì quando era disteso al suolo e che aveva il volto scoperto, testimone contraddittorio con ciò che aveva dichiarato il poliziotto, il quale riferì che gli assaltatori erano incappucciati.
Insieme ad altri maestri incarcerati e altri prigionieri indigeni iniziarono lo sciopero della fame e si cucirono le labbra, chiamando il loro movimento “La voz de la dignidad rebelde”.Pablo Salazar all’epoca era già governatore del Chiapas, liberò a un prigioniero in cambio della fine dello sciopero e così ingannò tutti incluso la Secciòn VII del SNTE. La voz de la dignidad rebelde fu per 2 o 3 anni una voce in cerca di giustizia.

SENTENZA

Il giorno del 18 marzo del 2002 fu condannato a 60 anni di prigione. Ci fu il ricorso in appello, di fronte al 2° Tribunale unitario del ventesimo circuito, atto della corte penale n.100/2002. La sentenza fu confermata il 21 agosto del 2002. Chiese il ricorso in cassazione , di fronte al Primer Tribunal Colegiado del ventesimo circuito (atto n. 58/203) e nel giugno 2003, il ricorso fu negato.
Quando stavano per indurre un altro sciopero in prigione nel CERESO N.1 una spia filtrò l’informazione alla direzione e il professore fu trasferito nel CERESO N.2. Dopo pochi mesi si organizzò nuovamente uno sciopero connesso contemporaneamente agli scioperi nel CERESO de Comitàn e di Tapachula. Durante 11 giorni, gli scioperanti ricevettero minacce di percosse, trasferiti e nuovamente promesse false. Il 1 luglio del 2004 furono trasferiti in camion, ammanettati ed ammucchiati come bestiame al CERESO 14 conosciuto come El Amate.
Il professor Patishtàn fu etichettato come individuo pericoloso e lo assegnarono ad una unità speciale, nella quale gli imposero un uniforme arancione e con nessun abito civile. Non gli davano neanche da mangiare, appena l’acqua.
Ai tre giorni si destò un’insurrezione in tutta la popolazione disperata per le condizioni inumane.
Nel momento in cui seppero del viaggio del Sub Comandante Marcos in tutto il Messico, gli inviarono una lettera, nella quale dichiararono la propria organizzazione “La Voz del Amate” come aderente alla Otra Campaña, e installarono un presidio permanente fuori dei capannoni all’aria aperta. Era il 5 gennaio del 2006.
Il 25 febbraio del 2008 iniziano uno sciopero della fame indeterminato, unendosi allo sciopero già iniziato del compagno Zacario, successivamente lo sciopero si estese all’interno dell’amate e giorni dopo al CERESO 5 di San Cristobal de Las Casas, al CERESO de Playas de Catazjà e il carcere de Tacotalpa in Tabasco. La solidarietà nei confronti di questo movimento in lotta alla ricerca di giustizia fu grande in Chiapas, in Messico, e anche in ambiente internazionale. Jtatik Samuel Ruiz gli diede il proprio appoggio e chiese al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas che attendesse alle loro domande.
Dopo 41 giorni di digiuno, lo sciopero cessò. Il governo implementò un tavolo di riconciliazione e di revisione degli atti dei processi, ottenendo la libertà di tutti i richiedenti, eccetto quella del professor Patishtàn.
Nel gennaio del 2010 , le organizzazioni promotrici del Riconoscimento Jcanan lum Jtatik Samuel, consegnarono suddetto riconoscimento al professor Alberto Patishtàn Gòmez per il “suo servizio, la dedizione e l’amore nei confronti del suo popolo”. Fu proprio il vescovo emerito Samuel Ruiz ad entrare nel penale N.5 per consegnarli personalmente il meritato riconoscimento, che condivise in quel anno con la Sociedad Civil Las Abejas, la Coordinadora Diocesana de Mujeres CODIMUJ, e il Pueblo Creyente.
Durante 6 mesi nel 2010 fu trasferito ad un ospedale di Tuxtla per essere curato agli occhi, in quanto stava perdendo la vista gradualmente, purtroppo senza risultati positivi. In questa circostanza, il governatore lo andò a visitare, il quale gli confermò che avrebbe fatto i ricorsi necessari di fronte alla federazione per essere messo in libertà. Non ci sono stati risultati fino ad ora.
In questi 12 anni di privazione della propria libertà, il professore ha sempre continuato la sua lotta per la giustizia e per la ricerca di un mondo migliore. In tutti penali come nel Cerro Hueco, El Amate, el nùmero 5 è stato maestro stimolante per chi aveva voglia di conoscere e non ebbe la possibilità di andare a scuola, alfabetizzò, ed insegnò spagnolo agli indigeni che parlavano solo la loro lingua e il suo spirito si fortificò in queste dure prove ed è stato per molti reclusi un aiuto ed un esempio. Fu nominato (mentre si trovava nel CERESO 14 ) ministro dell’eucaristia per la Diocesi di Tuxtla, così come fu invitato ad essere guida nei ritiri spirituali per agenti pastorali di questa diocesi. Non dimenticò mai di essere il padre di due figli e gli aiutò sempre dalla sua detenzione e durante questi anni di reclusione, continua ad aiutarli e come può gli fa sentire il proprio affetto e appoggio.

DAL 2000 AL 2011

Il caso è stato presentato alla COMISION INTERAMERICANA DE DERECHOS HUMANOS il giorno 3 agosto del 2010. Il 17 dicembre del 2010 è stato registrato con il numero P-1119-10.2
Alberto Patishtàn Gòmez entrò nuovamente in sciopero della fame nella ricerca della propria libertà e giustizia per tutti coloro che sono ingiustamente incarcerati, che è durato dal 29 settembre al 31 ottobre 2011.
Al giorno d’oggi 7 maggio 2012 si trova nel CEFERESO N.8 Norponiente in Guasave, Sinaloa. Trasferito il giorno 20 ottobre 2011 per richiesta del Governo del Chiapas, mentre partecipava insieme ai suoi compagni ad uno sciopero della fame per chiedere giustizia. In questo periodo passò mesi in regime d’isolamento, dove non entrò in contatto con nessun essere umano, e gli furono negate anche le cure necessarie per la sua stessa vita. Il professore soffre di glaucoma, una malattia cronica che se non curata in maniera adeguata porta alla perdita della vista.
Ci fu un ricorso in appello contro questo trasferimento avanzato dal Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, il 29 di febbraio 2012 il giudice corrispondente accolse la richiesta d’appello ed il corrispondente ritorno in Chiapas del professor Alberto.
Ci troviamo nel periodo in cui il governo statale si può interporre a questa sentenza di  ritorno.                                                                                                                                 

[Messico] DIGNA RADIO 6.0 – Autunno 2011

E’ uscita la nuova trasmissione di Digna Radio, un notiziario radiofonico sui movimenti sociali che scuotono il Messico, in basso e a sinistra, realizzato dalla PIRATA (Nodo Solidale, gruppo Nomads di Xm24 e il Collettivo Zapatista di Lugano).


>>> download

In questa sesta edizione si trovano analizzati i seguenti fatti:

- Escalation di aggressioni contro le comunità zapatiste
- Analisi sul carteggio del Subcomandante Marcos su “Etica e Politica”
- Omicidi e minacce contro il territorio libero di Ostula
- La polizia spara sugli studenti: due morti in Guerrero
- Prigionieri politici in Chiapas: 39 giorni di sciopero della fame

Durata: 32’18”
Lingua: Italiano

Abraham Ramirez Vazquez, palabras de un hombre libre

Il video di un’intervista ad Abraham Ramirez Vasquez, fatto prigioniero nel 2005 e uscito di carcere innocente il 29 Aprile 2011, dopo 6 anni di detenzione ingiusta.  Abraham è stato il primo prigioniero politico del malgoverno di Ulises Ruiz Ortiz a Oaxaca, fa parte del Comite de Defensa de Derechos Indigenas (CODEDI) della comunità zapoteca di Santiago Xanica e della Alianza Magonista Zapatista (AMZ), aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona del EZLN. In questa intervista ci parla della sua esperienza, della sua lotta nelle carceri di Oaxaca e vuole essere un invito a continuare a lottare e ribellarsi.

 

 

[Messico] Convocatoria Nacional e Internacional en solidaridad con la huelga de hambre en Chiapas

Compañeros y compañeras

Como ya sabrán desde el pasado 29 de septiembre un grupo de pres@s pertenecientes a las organizaciones de la Voz del Amate, Solidarios de la Voz del Amate y Voces Inocentes, se declararon en huelga de hambre y ayuno. Los compañeros Alfredo López Jiménez, Alejandro Díaz Sántiz, José Díaz López, Pedro López Jiménez, Juan Díaz López, Rosario Díaz Méndez recluidos en el CERSS nº5 de San Cristóbal de Las Casas, emprendieron una huelga de hambre total para exigir su libertad inmediata e incondicional.

Junto a ellos se declararon en ayuno de 12 horas diarias y bajo las mismas demandas, la compañera Rosa López Díaz y los compañeros Alberto Patishtán Gómez y Andrés Núñez Hernández, también recluidos en el CERSS nº5 de San Cristóbal de Las Casas. El día 3 de octubre se suman a esta acción Enrique Gómez Hernández recluido en el CERSS No. 14 el Amate Cintalapa de Figueroa y Juan Collazo Jiménez recluido en el CERSS N° 6 de Motozintla, quienes se declaran en ayuno de 12 horas diarias.

El día 28 de octubre, al no haber obtenido respuesta a sus demandas por parte del gobierno del estado, los ayunantes Andres Nuñez y Juan Collazo anuncian públicamente que se suman a la huelga de hambre total.

La solidaridad tanto a nivel nacional como internacional en apoyo a la huelga de hambre y ayuno no se ha hecho esperar, colectivos y organizaciones solidarias de diferentes estados de México, de Italia, Francia, España, Noruega, Inglaterra, Suiza, Finlandia, entre otros; han realizado acciones solidarias exigiendo la libertad inmediata de l@s compañer@s.

Aun así, a 34 días de iniciada la huelga de hambre y ayuno, el gobierno del estado los sigue manteniendo cautivos, invisibilizandolos, trasladando a Guasave Sinaloa a nuestro hermano y compañero Alberto Patishtán Gómez y hostigando las acciones solidarias que se están realizando para exigir la libertad de l@s compañer@s, especialmente al plantón que los familiares de l@s pres@s instalaron el pasado 8 de octubre en la plaza de la catedral de San Crsitóbal de Las Casas.

Por ello adherentes a la Sexta Declaración de la Selva Lacandona y organizados dentro de la Otra Campaña en Chiapas, hacemos un llamado urgente a las organizaciones, colectivos, comunidades, pesquerías y a todas aquellas personas que caminan abajo y a la izquierda en México y el Mundo, a realizar acciones dislocadas en el modo y lugar que crean oportuno, el lunes proximo día 7 de noviembre, para exigir la liberación inmediata de nuestros compañer@s en huelga de hambre y ayuno.

¡Libertad inmediata a l@s pres@s en huelga de hambre y ayuno!

Abajo y a la izquierda está el corazón.

Plantón de Familiares en apoyo a la Huelga de Hambre y Ayuno, Red contra la Represión y por la solidaridad Chiapas (RvsR-Chiapas), Grupo de Trabajo No estamos Todxs (GT-NET), Brigada Feminista, Camino del Viento, Comité Ciudadano para la defensa popular (COCIDEP), Rebeldeando Dignidad, Consejo Autónomo de la Costa, Cruztón, Candelaria el Alto, 24 de Mayo, Busiljá, San Juan las Tunas, Ejido Cintalapa (Ocosingo), Los panchos FPFVI UNOPI DI frente popular francisco villa independiente .