Dissoluzione del Collettivo NOMADS

Ai nomadi e le nomade del mondo
A XM24 e tutti gli spazi liberati che ci hanno appoggiato
Ai compagni e compagne della PIRATA
Ai e alle Aderenti della Sexta in Messico e nel mondo
Alla Europa Zapatista
Al CODEDI e OIDHO di Oaxaca
Alla Brigada Callejera del DF
A tuttx i compagni e compagne che abbiamo incontrato e con cui abbiamo camminato assieme in questi anni
Innanzitutto mandiamo un saluto fraterno e un forte abbraccio ribelle da parte di tuttx noi.
Vi scriviamo per formalizzare la dissoluzione del collettivo Nomads, che si è organizzato negli ultimi anni tra Italia, Germania e Messico in maniera autonoma ma anche all’interno della PIRATA (Piattaforma Internazionalista per la Resistenza e la Ribellione Tessendo Autonomia) insieme con il Nodo Solidale (Messico/Italia) e il Collettivo Zapatista Marisol di Lugano (Svizzera).
Non è stata una decisione facile presa in tempi brevi, anzi ci è costata molto (temporalmente ed emotivamente) arivare a questo punto. Le difficoltà della distanza geografica, le differenze politiche e progettuali tra integranti insieme ad altre motivazioni, ci portano a questa decisione, che sentiamo corretto comunicarvi.
Alcunx di noi continueremo a partecipare nella Pirata in maniera individuale, ognunx coi suoi tempi, forme e possibilità.
Vi ringraziamo per tutto quello che ci siamo scambiati, per quello che ci avete insegnato e speriamo di vedervi presto sui cammini della resistenza e delle lotte per la libertà.
Nomads, dicembre 2015.

Aggressione a Chilpancingo, Guerrero

Durante le prime ore del mattino di domenica 14 dicembre a Chilpancingo, capitale dello stato di Guerrero, si stavano facendo i preparativi per un concerto in solidarietà con i compagni di Ayotzinapa, per i fatti dello scorso settembre avvenuti ad Iguala. Dopo le provocazioni, verbali e fisiche, di alcuni poliziotti che tornavano da una notte alcolica, intervengono poliziotti federali che attaccano i presenti con gas lacrimogeni e con delle violente cariche.

Vengono ferite 14 persone, tra le quali un nostro compagno, Carlos Alberto Ogaz Torres, integrante del collettivo di Radio Regeneracion, di Città del Messico, che ha un braccio rotto e urge di una delicata (e cara) operazione chirurgica.

Per chi potesse/volesse appoggiare economicamente il compagno questi sono gli estremi del conto:

HSBC
CTA: 6417032483
CLABE: 021180064170324836
TITULAR: JOSE LUIS SUASTE

Quelle che seguono solo le traduzioni dei due comunicati diffusi da Regeneracion Radio. Continue reading

La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso

Pubblicato da CarmillaOnline il 10 ottobre 2014

Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”. Continue reading

Aggiornamento sulla situazione giuridica di Mario González

Tradotto dal Blog per Mario Gonzales

Le prigioni non servono per “riadattarci alla società”, bensì sono il castigo più disumano e crudele che esiste; a noi prigionieri e prigioniere fanno vivere la crudezza di una realtà assurda e ingiusta, promossa da un sistema marcio dalla radici”

Mario

Dopo un processo penale assurdo e un ricorso in appello che ha solo fatto diminuire di 7 mesi la sentenza, a inizio agosto è stato notificato a Mario che il secondo tribunale collegiale in materia penale ha ricevuto la sollecitazione del ricorso contro la sentenza di 5 anni, 1 mese e 15 giorni per il reato di attacco alla pace pubblica che lo mantiene in carcere da quasi un anno. Viste le chiare argomentazioni dei difensori di Mario sulla inconsistenza del reato, la mancanza assoluta di prove ed anche sulla persecuzione verso Mario, sarebbe logico che lo assolvino e liberino appena arrivi la risoluzione; invitiamo ancora una volta ad esprimere collettivamente il nostro rifiuto al sequestro di cui è vittima il nostro compagno e ad esigere la sua libertà, fosse firmando il documento che consegneremo a fine mese al Tribunale e/o partecipando alla giornata che si conclude il 2 ottobre.

Per maggiori informazioni o firmare il documento che sarà consegnato al Tribunale che il 29 settembre risolverà il ricorso presentato dai difensori di Mario, scrivere a: solidaridadmariogonzalez@riseup.net o alla pagina Mario Libre (in FB[I]).

Quello che segue è un esempio di lettera che si può mandare al Secondo Tribunale per far pressione ed esigere alle autorità di Città del Messico la libertà di Mario. Specifichiamo che non è la forma che più ci si conface, per dirlo alla buona, ma prendiamo atto che anche la pressione di questo tipo, ancor di più quando è internazionale, spesso ha avuto in suoi effetti in Messico.

(data)

Alejandro Gómez Sánchez, Irma Rivero Ortíz y Rosa Guadalupe Malvina Carmona Roig, Magistrados del Segundo Tribunal Colegiado en Materia Penal del Primer Circuito:

Desde ——– (nome del luogo), exigimos a los integrantes del Segundo Tribunal Colegiado en Materia Penal, deje en libertad inmediata a nuestro compañero Jorge Mario González García, detenido de manera violenta y completamente arbitraria el 2 de octubre de 2013 cuando se dirigía a la manifestación de conmemoración de la matanza de Tlatelolco, día emblemático para miles de estudiantes y para el pueblo en general. El compañero no tuvo tiempo de llegar a dicha marcha cuando fue detenido y posteriormente torturado por las autoridades del Gobierno del DF.

Estamos atentos a una resolución pronta y satisfactoria en la que dicten la libertad inmediata e incondicional para Jorge Mario González García, preso político desde hace ya casi 1 año.

Atentamente:

(firma della organizzazione, collettivo o persona)

2*Sagra Peperoncino Rebelde

flyer FORNTE STAMPA

flyer retro seconda sagra

Intervista su Mario Gonzales Garcia

Questo è l’audio doppiato in italiano di un’intervista con Nuria la compagna di Mario Gonzales Garcia, studente anarchico arrestato il 2 ottobre 2013 a Città del Messico e tuttora detenuto.

Nuria racconta che Mario studiava nel bachillerato1 dell’UNAM (Università Autonoma di Città del Messico) e che il suo impegno politico gli aveva causato ripetuti problemi con le autorità universitarie, che di fatto lo avevano sospeso in diverse occasioni. L’espulsione definitiva arrivò lo scorso aprile 2013, quando M. fu arrestato per tre mesi, accusato di furto aggravato in un WallMart.

Tornato in libertà Mario riprese la sua lotta contro la riforma educativa che stava entrando in vigore proprio in quei mesi, fra lo scontento generale e un clima di protesta fervente.

Si uni al presidio permanente sotto il rettorato dell’UNAM, presidio che era stato formato da studenti e insegnanti contro la suddetta riforma educativa e per la reintroduzione degli espulsi (fra cui lo stesso Mario).

Pochi giorni prima del 2 ottobre arrivò una lettera indirizzata a Mario e altri due studenti, nella quale l’avvocato generale dell’università li intimava a interrompere il presidio, ma chiaramente si decise di continuare con la protesta.

Appena pochi giorni dopo, mentre M. ed altre undici persone si trovavano su un autobus dirigendosi verso la marcia in memoria della mattanza del 2 ottobre del ’68 nella Piazza di Tlatelolco, un enorme numero di poliziotti fermano il trasporto arrestandolx tuttx.

Furono picchiatx, caricati sulle volanti e dispersi in vari Ministeri Pubblici della città, torturatx, lasciati senza possibilità di comunicare per l’intera giornata e il 4 ottobre trasferiti in segreto in due penitenziari: a Santha Marta le donne e nel reclusorio Oriente i ragazzi.

Il 7 ottobre viene pattuita per tuttx le e gli arrestatx una cauzione di 130000 pesos messicani (circa 7000 euro a testa) e la notte vengono rilasciatx.

Ma al momento della liberazione di Mario un cordone di sbirri antisommossa circonda il carcere nello stupore generale e lo arrestano nuovamente, non senza prima dargli un po di botte.

Il motivo di questa seconda detenzione è legato alle supposizioni della giudice che, considerando i precedenti di M., lo considera un individuo di alta pericolosità sociale, adducendo che non avrebbe rispettato i termini della libertà cautelare e anzi si sarebbe dato alla fuga.

Cosi Mario decide di intraprendere uno sciopero della fame il giorno successivo, l’8 ottobre, che si prolungherà per ben 56 giorni, fino al 3 dicembre, quando decide di interromperlo per gravi complicazioni al suo stato di salute.

Durante il lungo digiuno le autorità penitenziarie fecero di tutto perché interrompesse lo sciopero (che di fatto poco a poco stava amplificando il suo caso a livello internazionale), intimidendolo, facendogli promesse false, mentre intanto la giudice continuava a rimandare le udienze del processo per varie mancanze…

Al quarantesimo giorno di sciopero della fame Mario viene trasferito nell’ospedale del carcere femminile di Santha Marta, dove si trova tuttora.

Il 10 gennaio 2014 arriva la sentenza che è di 5 anni e 9 mesi, un lasso di tempo troppo lungo per rientrare nei termini della cauzione, questo perché in Messico se ti accusano per un delitto con un massimo di 5 anni puoi uscire pagando una cauzione.

Da quel momento è cominciato un lungo processo legale, sono stati presentati vari ricorsi in appello facendo leva sulle molteplici irregolarità in tutto il processo, a cominciare dallo stesso arresto che è avvenuto arbitrariamente, la mancanza di testimoni diretti, le accuse infondate e senza prove, il prolungamento e il continuo rinvio delle udienze…

L’ultima sentenza è arrivata l’11 giugno 2014, il reato imputatogli è quello solito e ridondante di Attacco alla Paca Pubblica e questa volta la condanna è di 5 anni, 1 mese e 15 giorni di carcere, quindi non cambia nulla, non rientra nei termini della cauzione e così M. deve restare in carcere.

Piuttosto arriva l’ennesima conferma che dietro il processo di Mario ci sono questioni che vanno ben aldilà del suo caso specifico: traspare la volontà delle autorità di Città del Messico di dare un castigo esemplare, che serva da monito alle nuove generazioni di ribelli metropolitani e non.

Nonostante ciò la lotta per la libertà di Mario non si arresta, le azioni di solidarietà continuano in Messico come in altri parti del mondo finché non lo potremo rivedere e abbracciare da questa parte della barricata.

Per maggiori informazioni potete visitare il blog per la libertà di Mario

e per scrivergli lettere o chiedere informazioni c’è la mail: solidaridadmariogonzales@riseup.net

1Il bachillerato corrisponde a quel periodo di studi non obbligatorio, che va dai 16 ai 18 anni, di cui non esiste un equivalente esatto in Italia ma è un sistema che funziona in modo simile in Francia e Inghilterra.

 

(Español) Mario González ante la criminalidad policial

ENTREVISTA AUDIO con Nuria, compañera del Mario González García

MAS INFO EN EL BLOG POR LA LIBERTAD DE MARIO

El articulo que sigue es RETOMADO DE SUBVERSIONES

Mario González García. Un estudiante como miles que rechazan la privatización de la educación en México. Un joven rebelde como muchos que sobran en una ciudad regida por la «cero tolerancia».  Un anarquista odiado, como todos y todas, por los gobiernos derechistas llamados «de izquierda» del Distrito Federal. ¿Mario se promueve como líder de un movimiento? No. ¿Es el más radical de todos? Tampoco. ¿Un ser pensante? Sí, se nota. ¿Terco? Mucho. ¿Ve por el bien de los demás? Pues, sí. ¿Inspira la confianza de gente honesta? También.

En tiempos de una verdadera guerra, desatada contra el pueblo de México por sus gobernantes, no es necesario cometer un crimen para ser vigilado, gaseado, golpeado, detenido, torturado, desaparecido y a veces asesinado por la policía, el ejército o un grupo paramilitar. En particular, la represión aumenta contra el pueblo organizado, únicamente por ejercer el derecho a protestar, hablar, escribir, transitar, organizarse o rebelarse contra la tiranía.

Al organizarse en el Colegio de Ciencias y Humanidades (CCH) Naucalpan para resistir al porrismo y a las reformas educativas neoliberales impuestas por el rector José Narro Robles, Mario González García y un grupo de estudiantes fueron criminalizados como «vándalos» en periódicos como La Razón, Milenio y Reforma; y expulsados por un Tribunal Universitario que hace tiempo debió desaparecer. También fueron amenazados por personal de seguridad de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) cuando protestaron su expulsión en un plantón afuera de Rectoría, justo antes de su detención. Nueve de ellos fueron detenidos el 2 de octubre de 2013. Actualmente, ocho llevan proceso bajo caución, mientras Mario González sigue en prisión con una sentencia de 5 años 1 mes y 15 días, impuesta por la magistrada de consigna Celia Marín Sasaki el 11 de julio —una «nueva» sentencia que sigue siendo un castigo ejemplar bajo el pretexto de la supuesta «peligrosidad social» del compañero–. Mucho más preocupante y peligrosa es la criminalidad policial de un gobierno que comete un secuestro de más de nueve meses, entre muchos otros delitos.

Un no-delito que nunca ocurrió

Tal vez la primera cosa que llama la atención sobre el caso de Mario González es que él ni siquiera llegó a la histórica marcha del 2 de octubre para conmemorar la matanza de estudiantes en Tlatelolco y oponerse a la represión actual en México. Junto con otros ocho activistas estudiantiles –Aztlalli Cabrera Prado,  Irene Pérez Villegas, Erick Leonel Aguilar Ruiz, José Luis Ramírez Alcántara, Cristian Antonio Carmona Emmer, César Uriel Cruz Elías, Carlos Jhasi Jarquín Peña y  Hugo Guillermo Mejía Ventura– Mario iba a protestar ese día, sin embargo, todos fueron detenidos en el cruce de las calles Isabel la Católica y 5 de Mayo alrededor de las 3 de la tarde, torturados y encarcelados antes de llegar a la marcha. Ante la absurda e insostenible situación de acusar a nueve jóvenes de un no-delito (protestar) que nunca ocurrió, el Ministerio Público no tardó en acusarlos, sin una pisca de evidencia, de aventar petardos y piedras del camión en el que viajaban desde Ciudad Universitaria (CU) hacia Tlatelolco. No existe una foto o un testimonio sobre tal acción o sobre los daños ocasionados por los supuestos explosivos; hasta la fecha, la única prueba con la que el Ministerio Público intenta acreditar el delito de ataques a la paz pública es el testimonio –de oídas– de dos policías, aunque un peritaje de la Procuraduría General de Justicia contradice estos testimonios.

La tortura

Se destaca la tortura a la que Mario y los demás compañeros fueron sometidos por granaderos en la vía pública y de camino al Ministerio Público durante cuatro horas, incluyendo toques eléctricos, patadas y golpizas con toletes y puños. Mario tuvo un brazo luxado y un tobillo torcido como resultado de esto y no faltaron las amenazas de muerte y amenazas a los familiares. Desde el MP 44 en Iztapalapa, los siete varones fueron enviados al Reclusorio Oriente y las dos jóvenes al penal femenil de Santa Martha Acatitla, mientras, su caso fue consignado al Juzgado 19 de delitos no graves. En el Reclusorio Oriente, los hombres fueron golpeados salvajemente por los custodios y las mujeres sometidas a tortura psicológica.

La peligrosidad social

El 6 de octubre la jueza del Juzgado 19 de delitos no graves, Marcela Ángeles Arrieta, les dictó a los nueve activistas auto de formal prisión y fijó la caución en 16 mil pesos por cado uno. El lunes 7 de octubre se pagó una póliza de fianza y  en la madrugada del martes 8, todos salieron libres. Extrañamente, sin embargo, Mario salió con la cara cubierta con una camiseta beige. Ante gritos de alarma de la gente que esperaba afuera del reclusorio, fue agarrado con violencia por agentes desconocidos y regresado al penal bajo una orden de la propia jueza. Al día siguiente, quedó claro que ella  había aceptado automáticamente la decisión del Ministerio Público de recluir a Mario con el argumento de que es una persona de alta «peligrosidad social», debido a que ya tenía antecedentes penales y había dado un nombre falso en la averiguación previa. Por ello, argumentó un agente del MP, él «podría sustraerse de la justicia».

Sin embargo, la abogada Lizbeth Lugo planteó en una conferencia de prensa que una persona tiene el derecho a no autoinculparse, hasta puede mentir o negar los hechos para no hacerlo. Además, el delito por el que Mario había sido juzgado es no grave y un ministerio público no puede simplemente opinar que alguien representa un peligro sin conducir estudios psicológicos que sostengan tal apreciación. De hecho, estudios subsecuentes han mostrado que Mario es una persona que exhibe estabilidad emocional, que no ha vivido una situación de violencia familiar y que nunca ha participado en delitos graves. La abogada comenta que la jueza Marcela Ángeles Arrieta no tiene ningún argumento válido para mantener a Mario en prisión porque la póliza de fianza garantiza que él no se va a «sustraer de la justicia»;  insiste en que la negación de su salida bajo caución es una violación de sus derechos procesales y constitucionales.

La criminalidad del sistema de in-justicia en el Distrito Federal se hizo aún más evidente el 15 de noviembre, cuando en la segunda instancia, la presidenta de la Quinta Sala Penal del Tribunal Superior de Justicia del Distrito Federal (TSJDF), Celia Marín Sasaki, avaló la revocación de libertad de Mario González García. Bajo el mismo argumento la misma magistrada había detenido durante más de un año a Victor Herrera Govea cuando participó en la marcha del 2 de octubre del 2010. Así que, con toda impunidad, una jueza y una magistrada siguen los dictados de un agente del Ministerio Público que opera bajo el mando del propio jefe de gobierno para autorizar un secuestro.

La resistencia

Mario González García empezó una huelga de hambre el mismo día que su libertad fue revocada. Desde el 8 de octubre hasta el 22 de noviembre, se negó a comer en un ambiente de hostigamiento extremo en el Reclusorio Oriente, donde estaba encerrado en una celda con otros 17 presos, antes de ser trasladado al hospital en Tepepan, donde se mantuvo su huelga hasta el 3 de diciembre. Como una medida de apoyo, se estableció un plantón afuera, donde se realizaron una serie eventos con lectura de poesía y música.

Las manifestaciones en apoyo a Mario que habían empezado inmediatamente después de su detención, se multiplicaron durante su huelga de hambre. Se han hecho varios videos sobre el caso y se han llevado a cabo foros, eventos culturales, marchas cortas y largas, mítines y comparsas. El hostigamiento policiaco a las constantes manifestaciones en el Distrito Federal también ha sido fuerte. Una y otra vez los granaderos han encapsulado a los manifestantes, a veces con empujones y golpes de sus escudos, para evitar que salieran de un lugar o para evitar que llegaran al zócalo o simplemente para espantar a la gente y castigar a la protesta social.

En respuesta a la represión y en apoyo a Mario, especialmente durante su huelga de hambre, también se han realizado pronunciamientos de solidaridad y actos de protesta en el Estado Español, Italia, Francia, Grecia, Estados Unidos, Chile y Argentina,  entre otros lugares.

El proceso

Las decisiones iniciales del agente del Ministerio Público, la jueza y la magistrada establecieron el patrón de todo el proceso en este caso de justicia denegada. En la segunda audiencia realizada ante la jueza Marcela Ángeles Arrieta el 26 de noviembre, los policías que acusan a Mario no se presentaron, a pesar de haber sido notificados. Aunque los abogados de la defensa presentaron argumentos para seguir con la audiencia, el ministerio público y la jueza se negaron a hacerlo y por lo contrario, dieron un trato humillante a Mario, quien fue trasladado al juzgado desde el hospital del penal de Tepepan, vestido solo en su bata del hospital. Había bajado de peso 15 kilos y sufrido daños al hígado y los riñones por no haber comido; por eso sufrió desmayos mientras esperó durante 4 horas para escuchar las acusaciones de los testigos que nunca llegaron.

A pesar de una recomendación de la Primera Visitaduría de la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal (CDHDF) de permitir a Mario seguir su proceso en libertad, el 10 de enero el joven fue sentenciado a 5 años 9 meses por el delito de ataques a la paz pública y daño a objetos o personas, por lo que no alcanza fianza. Dicha sentencia fue confirmada el 20 de marzo por la magistrada Celia Marín Sasaki de la Quinta Sala Penal, acción que fue rechazada por numerosos grupos de derechos humanos que citaron las violaciones a la Declaración Universal de los Derechos Humanos, el Pacto de Derechos Civiles y Políticos, la Convención Americana de Derechos Humanos, entre otros ordenamientos internacionales.

Después de haber sido injustamente encarcelado durante nueve meses, Mario González García debería haber sido liberado de prisión el 11 de julio de 2014. Un amparo directo concedido por el  Segundo Tribunal Colegiado del Primer Circuito el 23 de junio, declaró su sentencia de 5 años 9 meses «insubsistente» (sin efecto) y  ordenó a la presidenta de la Quinta Sala Penal del Tribunal Superior de Justicia del Distrito Federal (TSJDF) reponer el procedimiento y dictar una nueva sentencia. Pero como era de esperar, la respuesta de la presidenta Celia Marín Sasaki fue una burla. Quitarle 7 meses y 15 días de su sentencia cuando él nunca debería haber pisado la cárcel solo destaca que su encierro es un castigo ejemplar.

El 11 de julio, el Colectivo de Abogados Zapatistas (CAZ) informó:

La magistrada de consigna del Tribunal Superior de Justicia del D.F. Celia Marín Sasaki, integrante de la Quinta Sala Penal (misma que sentenció a Víctor Herrera Govea por el 2 de octubre de 2009) una vez más dejó ver que sigue al pie de la letra las órdenes del gobierno represor liderado por Miguel Ángel Mancera y el día de hoy 11 de Julio dictó una nueva sentencia de 5 años 1 mes 15 días al compañero Mario González García… No es de extrañarse que la sala haya dictado una sentencia supuestamente distinta pero que a la vez siguiera respondiendo a los intereses del gobierno de Distrito Federal volviendo a condenar a nuestro compañero de manera injusta. Con esta resolución se confirma que en este país se criminaliza a quien se organiza para construir un mundo con paz dignidad y justicia.

No nos conformaremos con dicha resolución por lo que en breve presentaremos un Amparo  Directo del cual volverá a conocer un Tribunal Colegiado de Circuito, señalando una vez más la serie de violaciones procesales, y a sus derechos humanos de que ha sido objeto Mario González. No descansaremos hasta arrancar la libertad de nuestro compañero de manos de los gobiernos represores.

El GDF y los medios

Desde el 15 de enero de 2003, cuando Andrés Manuel López Obrador y su súper-policía Marcelo Ebrard llevaron a Rudolph Giuliani al Distrito Federal para imponer su política de «cero tolerancia», la utilización de los medios ha sido esencial en implementar la limpieza étnica y social de la ciudad para el beneficio de la burguesía nacional e internacional. Entre los grupos que no caben en las calles de su ciudad neoliberal son indígenas, comerciantes ambulantes, trabajadoras sexuales, juventud rebelde, graffiteros y anarquistas, cuyos contingentes en las marchas del 2 de octubre y otras fechas claves, han sido objetivos de represión durante varios años.

Una década después, otro súper-policía –Miguel Mancera– rige la ciudad con la ayuda de su secretario Héctor Serrano, cuyo papel ha sido clave en sucesos desde el desalojo de los maestros del zócalo hasta la criminalización de los anarquistas. Desde las protestas contra la inauguración de Enrique Peña Nieto, el 1 de diciembre de 2012, cuando el compañero Kuy Kendall fue alcanzado con un proyectil supuestamente no letal, resultando en su muerte y la subsecuente desaparición de Teodulfo Torres «El Tío», cientos de personas han sido detenidas y procesadas en el DF simplemente por ejercer su derecho a protestar.

Una de las estrategias de Serrano ha sido sembrar mentiras en los medios masivos comerciales para criminalizar la protesta y justificar la represión. En un artículo titulado «Informe: Anarquistas atacarían civiles», publicado el 15 de enero de 2014 en El Universal, Carlos Loret de Mola repite la mentira difundida por Serrano:

Que los anarquistas están evaluando empezar a atacar objetivos humanos, es decir, que ejercer violencia contra civiles podría convertirse en el nuevo modus operandi de estos radicales, y que eso ubicaría a la Ciudad de México como un lugar donde se cometen actos terroristas.  El informe especifica que hasta ahora los grupos anarquistas no han atacado a ciudadanos sin cargo oficial, es decir, han centrado su violencia contra inmuebles (tiendas, bancos, hoteles, sedes de partidos, oficinas públicas), policías y funcionarios que llegan para contenerlos o negociar… El informe confidencial del más alto nivel en el gobierno del DF también señala que uno de los principales líderes de los anarquistas es Jorge Mario González García, 23 años de edad, detenido el año pasado durante los desmanes en la marcha conmemorativa de la masacre del 2 de octubre. Registra que su fuerza dentro del colectivo es tal que se han registrado marchas para exigir su liberación.

En fechas más recientes, un informe difundido por Serrano y ampliamente reproducido en los medios comerciales describe como «violenta» la protesta no-violenta contra Miguel Ángel Mancera en el informe anual de la CDHDF el 12 de junio pasado y siembra el rumor que la chica que subió al escenario a increpar a Mancera era Nuria Roxana Ramírez Lozano, la pareja de Mario González. Dado que la policía del Distrito Federal ha vigilado las protestas en apoyo a Mario desde el principio, Serrano y Mancera han de saber perfectamente bien que la chica que subió al escenario no era Nuria. Es simplemente una maniobra para intentar intimidarla y restarle apoyo a Mario. Lo más preocupante es que Serrano afirma que ya hay averiguaciones previas ante la PGJDF contra las personas que realizaron la manifestación. Esto es una amenaza directa contra ellas y en particular Nuria, quien sigue trabajando para lograr la libertad de Mario González.

En un comunicado, dice Nuria Ramírez:

Es aberrante que Héctor Serrano insista en el discurso de que quienes participamos en manifestaciones somos delincuentes y que abiertamente exprese que hay un seguimiento, una vigilancia, lo cual me hace temer por mi seguridad…Por todo lo anterior hago responsables directos a Miguel Ángel Mancera Espinosa y Héctor Serrano Cortés de toda agresión y/o cualquier acto de fuerza pretendidamente legal que sufra mi persona. Exijo que se detenga esta campaña de descalificación y violencia disfrazada de legalidad contra mi compañero Mario González, torturado y apresado arbitrariamente desde el 2 de octubre pasado, y contra mí.

En este contexto de criminalización, la lucha sigue por la libertad de Mario, los demás presos políticos, y la absolución de las y los compañeros bajo proceso.

Declaratoria finale dell’incontro dei collettivi europei solidali con lo Zapatismo

Incontro di collettivi europei solidali con lo Zapatismo

Presidio di Venaus, val di Susa, Italia.

Domenica 15 giugno 2014.

Alle comunità Base di appoggio zapatiste.

All’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Ai compagni e alle compagne della Sexta nel mondo.

Ai popoli che lottano dal basso a sinistra.

I giorni 13,14, e 15 giugno del presente anno nel presidio di Venaus, luogo emblematico della lotta No Tav in val di Susa, Italia, si è tenuto un incontro di collettivi europei solidali con la lotta zapatista chiamato Galeano Vive.

Iniziamo ringraziando il fiero popolo in resistenza della Val di Susa per averci ospitato e condiviso con noi la loro ventennale esperienza di lotta, vogliamo dirgli che vediamo in loro un importante esempio di resistenza e di costruzione dell’autonomia e che riporteremo il racconto della loro lotta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza. Mandiamo un abbraccio ribelle ai compagni e le compagne detenuti-e per opporsi al progetto assurdo e distruttore del treno ad alta velocità (TAV) Torino-Lione. Inoltre ringraziamo le compagne che ci hanno invitato all’evento “Voci di donne sulla violenza di stato” per aver condiviso con noi il loro dolore e la loro degna rabbia.

In un recente comunicato, il comando del EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) dichiarava che il vile assassinio del maestro Galeano li aveva portati a riunirsi al caracolLa Realidad, in tempo per domandare alla società civile che li sostiene: “ A voi dove vi porta il dolore e la rabbia?”. I nostri passi e il calendario delle nostre lotte ci hanno portato qui, ed è per questo motivo che abbiamo dedicato questo incontro al compagno zapatista Jose Luis Solis Lopez, conosciuto come Galeano, assassinato il passato 2 di maggio in un imboscata dei paramilitari della CIOAC Historica .

Durante i tre giorni dell’incontro si è realizzata una riflessione collettiva intorno ai temi:

Solidarietà con le comunità zapatiste, Resistenza alle grandi opere, Repressione e Prigionieri e Prigioniere Politiche. Il risultato di questo lavoro si è ottenuto costruendo consenso nell’analisi e nelle azioni di intraprendere.

Manifestiamo la nostra rabbia di fronte agli attacchi degli ultimi mesi contro le comunità zapatiste in resistenza, che rientrano in una strategia di guerra integrale di logoramento che tenta con diversi mezzi di annichilire il processo di autonomia, utilizzando come principale strumento la violenza delle forze paramilitari. Ci siamo trovati d’accordo nel rispondere alla chiamata di solidarietà con il caracol La Realidad lanciata dai compagni e le compagne zapatiste, a tal scopo promuoveremo dalle nostre geografie la partecipazione all’ Accampamento di Pace e parteciperemo attivamente nella raccolta di fondi per la ricostruzione della scuola e della clinica autonoma.

Crediamo che la guerra contro le comunità zapatiste si parte di un progetto di saccheggio globale da parte di chi comanda che adotta forme differenti ma attacca in tutti gli angoli del globo. La distruzione della natura, l’invasione dei territori come pure la disgregazione del tessuto sociale e comunitario, sono le altre facce di questa strategia neoliberista.

Per questo assumiamo come nostre le lotte delle comunità e dei popoli che dal basso resistono contro le grandi opere in Europa, in Messico e in tutto il mondo.

Vogliamo ricordare in particolare la lotta dei compagni e delle compagne della ZAD (Zone a Defendre) di Notre-Dame-des-Landes in Francia e di San Salvador Atenco, nello Stato del Messico, entrambi in resistenza contro la costruzione di un aeroporto internazionale e la conseguente speculazione che questo mega-progetto comporta. Le comunità dell’istmo di Tehuantepec, nello stato di Oaxaca, Messico, che si oppongono alla installazione di un mega parco eolico nel loro territorio. La lotta dei No TAV in val di Susa, Italia. Il Brasile del popolo che rifiuta e contesta grandi eventi quali il mondiale di calcio e le olimpiadi. E tutte le altre resistenze contro i progetti di estrazione mineraria, di sviluppo turistico senza controllo e a scopo di privatizzazione, come nel caso dell’Ejido di San Sebastian Bachajon in Chiapas, le lotte nei territori urbani contro i piani di riordinamento territoriale a favore del capitale, la gentrification, e di espulsione dei non conformi.

Ci solidarizziamo con la lotta del centro sociale Can Vies a Barcellona, che si sta ricostruendo in maniera autonoma e con un grande lavoro collettivo dopo lo sgombero e abbattimento ordinato dal malgoverno municipale.

Mandiamo un abbraccio combattivo alla famiglia di David Ruiz Garcia, recentemente deceduto di ritorno dalle celebrazioni al caracol La Realidad in memoria diGaleano, e ai suoi compagni e compagne di Xochicuautla, nello Stato del Messico, che si stanno fermamente opponendo a un nefasto progetto di costruzione di un’autostrada.

Siamo coscenti che la repressione e il carcere sono gli strumenti principali della strategia del capitale neoliberista per mettere in atto i suoi piani. Nella nostra analisi denunciamo le vittime dalla violenza delle forze dell’ordine in tutto il mondo e la criminalizzazione dei movimenti sociali, come nel caso della Ley Mordaza in Spagna.

E’ cosi’ che vediamo la realtà e la nostra lotta, in questo incontro rinnoviamo il nostro impegno solidale, continuiamo nella lotta fortificati dagli apprendimenti della Escuelita Zapatista, sostenendo dalle nostre geografie gli sforzi di chi resiste per costruire autonomie.

Libertà per i prigionieri e le prigioniere politiche!

No alle grandi opere imposte e inutili!

Viva le comunità autonome zapatiste!

Viva l’EZLN!

Galeano vive!

I collettivi che hanno partecipato all’incontro:

- Associació Solidaria Cafè Rebeldia-Infoespai, Barcelona (Estado español)

- Camminar Domandando, Italia

- Coalizione Associazioni Ya Basta Marche, NordEst, Emilia Romagna e Perugia (Italia)

- Comitato Chiapas Maribel (Italia)

- Comité Tierra y Libertad, Lille (Francia)

- Colectivo Kamara-DA, Francia-Mexico

- CSPCL Paris, Francia

- La Adhesiva Barcelona, Estado español

- LaPirata:

Nodo Solidale (Italia-Mexico)

Nomads (Italia)

Colectivo Zapatista Lugano (Suiza)
- Les Trois passants Paris, Francia
- Mut Vitz 13 Marseille (Francia)
- Plataforma Vasca de Solidaridad con Chiapas (País Vasco)
- The UK Zapatista Solidarity Network:
Dorset Chiapas Solidarity Group
Edinburgh Chiapas Solidarity Group
Kiptik (Bristol)
London Mexico Solidarity Group
Manchester Zapatista Collective
UK Zapatista Arts, Culture and Education Collective
UK Zapatista Translation Service
Zapatista Solidarity Group – Essex University
- Ya Basta! Milano (Italia)

Si uniscono a questo comunicato:

- ASSI (Acción social Sindical Internacionalista)
- Associacion Espoir Chiapas / Esperanza Chiapas Francia
- Caracol Zaragoza (Estado español)
- CSOA Il Molino, Lugano (Suiza)
- CSOA La Strada, Roma (Italia)
- CEDOZ (Estado español)
- CGT – (Estado español)
- Federacion anarquista (Francia, Suiza, Belgica)
- Fédération SUD éducation, France
- Gruppe B.A.S.T.A., Münster, Alemania
- Plataforma de Solidaridad con Chiapas y Guatemala de Madrid (Estado español)
- Union Mexicana Suiza (UMES) de Zurich
- Union syndicale Solidaires, France

 

Carta dei collettivi europei solidali con lo zapatismo per le/i prigioniere/i politiche/ci nel mondo

Alle prigioniere e ai prigionieri politici di ogni geografia

Alle famiglie e ai collettivi delle prigioniere e prigionieri politici

Agli aderenti della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona

Ai popoli del Messico e del mondo

Presidio di Venaus in Val di Susa, Italia

15 giugno 2014

Compagne e compagni:

Da questo territorio ribelle, dove lottano contro la costruzione del Treno ad Alta Velocità (TAV) Lione-Torino, contro la spogliazione, lo sruttamento e il capitalismo donne, uomini e bambini che si sono organizzati nel movimento No TAV. In questo luogo dal 13 al 15 di giugno si sono incontrati i collettivi europei di solidarietà con gli zapatisti e con quelli che lottano dal basso.

Dal presidio di Venaus vi mandiamo queste parole solidarie:

In ogni calendario e in ogni geografia, il carcere, i centri di detenzione, i centri di reinserimento sociale e tutte le istituzioni coercitive servono a sostenere e rinforzare i quattro pilastri del capitalismo: sfruttamento, spoliazione, repressione e disdegno.

Per questo la lotta anti-capitalista comprende la lotta anti-carceraria.

 

Pensiamo che il capitalismo utilizza la prigione e il sistema carcerario per logorare, disarticolare, paralizzare e distruggere le lotte sociali e le resistenze, e questo non solo attraverso l’incarceramento fisico, le torture e violenze sessuali, commesse soprattutto contro le donne, ma anche attraverso la pressione economica, le multe, le cauzioni e le spese processuali che provocano da un lato impoverimento e da un’ altro lato arricchiscono le istituzioni e le imprese private per le quali il carcere rappresenta una fonte di guadagno.

La nostra lotta si inserisce nella resistenza e opposizione anti-carceraria, contro tutti i tipi di repressione e criminalizzazione, che sia contro le e i migranti, o quelli che lottando dal basso in maniera organizzata o no.

Ricordiamo tutte/i le/i prigioniere/i in lotta che difendono il proprio territorio e comunità cercando alternative ai mega progetti e mega eventi inutili e imposti che portano solo morte e distruzione. Ricordiamo anche alle/ai prigioniere/i che lottano per il diritto alla casa, contro gli sfratti, le/i prigioniere/i della guerra sociale, gli antifascisti, gli anarchici e tutti quelli che dal basso lottano e resistono al capitalismo, al razzismo, al sessismo e a tute le forme di dominazione e oppressione. Continue reading