[MoviengToGaza] Nakba e apartheid


Gaza City, 15 Maggio 2012: 64 anni dalla Nakba.
Il giorno della ‘catastrofe’, quando buona parte degli abitanti arabi della Palestina venne letteralmente cacciata dai confini dello Stato d’Israele, all’indomani della fine del mandato britannico sulla Palestina gli Arabi: si stima che i discendenti dei 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre possano essere oggi circa 4.250.000.
Abbiamo incontrato Haidar Heid, portavoce del BDS e professore di Cultural Studies dell’università Al Aqsa, che ci ha fatto un interessante parallelismo fra Apartheid sudafricana ed Apartheid palestinese: due vicende molto distanti ma unite da un profondo problema razziale.
Le continue restrizioni alla libertà del popolo palestinese sono infatti in stretta similitudine con l’esperienza che attraversò tutto il secolo scorso nella colonia del Sudafrica: leggi restrittive, limiti alla mobilità, abusi e violenze rendono oggi il conflitto israelo-palestinese un fenomeno di Apartheid, segregazione, a tutti gli effetti.

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[MoviengToGaza] BREAKING NEWS-Carro armato israeliano spara sulle case dei contadini

A Gaza si spara quasi ogni giorno. Confini qui significa esercito armato che invade, minaccia, occupa, ma non spaventa più.
Il problema qui non è tenersi informati, è dimenticare.
Impegnarsi per la Palestina significa concentrarsi sulla popolazione che vuole vivere una vita normale. I bambini hanno bisogno di giocare e ridere, gli anziani di distrarsi perchè la consapevolezza è anche troppo alta, c’è bisogno di ridere, mentre alcuni si occupano di diffondere informazione.
Per strada non ci si racconta cosa succede sulla buffer zone, o in mare, perchè è sempre la stessa cosa ormai da troppi anni.
Da fonti non ufficiali, ovvero i contadini che vivono la buffer zone senza diritto di scelta, ci arriva questa notizia:
“I carri armati israeliani sono entrati a nella zona est della striscia di Gaza, nei pressi di Kan-junis. Gruppi di resistenza hanno risposto al fuoco con un razzo RBG sparato contro un carro armato. 7 soldati israeliani sono stati feriti, uno dei quali gravemente. Come conseguenza, due bulldozer e cinque carri armati israeliani sono stati posizionati di fronte al valico di Karni (uno delle tre dogane che isolano Gaza dal resto del monto).
In questo momento l’esercito di occupazione israeliano sta bombardando le case degli agricoltori.
Diversi palestinesi feriti”.

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[MoviengToGaza] Gaza la ami o la odi


Gaza o la ami o la odi, non ci sono mezzi termini. La sua gente ospitale e gentile, sempre allegra e positiva, che guarda avanti e accoglie gli stranieri come amici di sempre. Gaza vuole sapere tutto di te e ti trascina fra i suoi mille vialetti e situazioni. Gaza non dorme mai, coi suoi blogger che scrivono e pubblicano fino a tardo mattino. Gaza della religione e delle tradizione, Gaza degli studenti arrabbiati che vogliono un futuro di verità e libertà. Gaza di chi ne ha paura e di chi ti protegge perchè sei straniero. Gaza che ti vede come un eroe perchè sei li e potresti non starci. Gaza dove tutto è più bello solo perchè si trova qui.

Qui non si perde un secondo per vivere, arriva sempre qualcuno, ci sono manifestazioni da organizzare e seguire, c’è da crearsi delle relazioni, perchè non ti puoi muovere se non sai come farlo.

Le relazioni umane esistono, funzionano e se non le sai gestire ti affogano. Se la vuoi vivere questa terra la devi assorbire tutta, altrimenti ci passi in mezzo e non la vedi.

A Jabalia Camp dove filmiamo una scena del video clip di Antar, un rapper fra i più apprezzati nella scena locale, i vicini di casa sono amici fra di loro,anche se condividono degli spazi minuscoli e hanno case su strade anche più strette di un metro, si rispettano, si occupano a vicenda dei bambini e creano una comunità.E se tu passi di li facilmente verrai invitato per un te e poi un caffè e poi una shisha.

A Gaza puoi chiedere alla polizia se li puoi filmare con fucili mitragliatori in mano mentre sorvegliano la stazione di benzina, ma per passegiare al porto fuori che il venerdì, devi avere una autorizzazione speciale.

Le regole del gioco sono impalpabili e variabili, le conseguenze se sbagli dolorose per te e chi si rpende cura di te.

PROCESSO ARRIGONI-NAKBA-E PAL STRIKE

Oggi 14 Maggio alle ore 10 il processo per Vittorio Arrigoni che doveva tenersi è Gaza è stato rimandato al 28 di Maggio per assenza del giudice.
Nel tardo pomeriggio l’autorità palestinese di Gaza ha dichiarato terminato lo sciopero della fame in solidarietà ai prigionieri nelle carceri israeliane, che si teneva sotto le tende di piazza Al-Joundi in seguito al raggiunto accordo fra i rappresentanti dei prigionieri e le autorità israeliane. Subito sono iniziati i festeggiamenti. La notizia è stata confermata da diverse fonti palestinesi e dalla BBC diverse ore fa. E’ di pochi minuti fa la notizia che i prigionieri Thaer Halahlel e Bilal Diab in sciopero da 70 giorni saranno scarcerati, il primo il 5 di giugno, il secondo il 17 agosto. Termina per loro lo sciopero della fame.
Domani è il giorno della commemorazione della Nakba e per direttiva interna non sono permesse manifestazioni o cortei di grande portata. Così come non sarà più possibile organizzare la manifestazione sulla buffer zone che da tempo si teneva ogni martedì.
Un collettivo di studenti ha indetto alle 10 all’università Al Aqsa una incontro per discutere e ricordare il valore storico di questa giornata e per continuare a dimostrare solidarietà ai prigionieri e le loro famiglie.

[MoviengToGaza] Kan-Yunis-Khuzaa Farming Action


Mercoledi 2 maggio, Gaza.
Le incursioni dell’esercito isareliano nella cosidetta “buffer zone” (territorio palestinese al confine con quello israeliano che viene di fatto controllato da questi ultimi) mirano a impedire ai contadini palestinesi di coltivare le loro terre. In questo modo si aggravano le condizioni di indigenza di un popolo già costretto a forti sacrifici per via dell’embargo.

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[MoviengToGaza] SCIOPERO DELLA FAME A GAZA IN SOLIDARIETA’ AI PRIGIONIERI #2


Gaza, una striscia di terra di 360 km/q percorribili in una o due ore di automobile, variabili a seconda delle condizioni delle strade e dell’auto che si guida, vive compressa dentro ai suoi confini che vengono sorvegliati e “protetti” dall’esercito israeliano. La striscia di Gaza è circondata a nord a est e a sud da un muro alto sei metri di cemento armato che solo i militari dell’esercito di occupazione possono oltrepassare durante le loro inaspettate incursioni o esercitazioni (organizzate con carri armati e proiettili veri su gente vera che viene ferita ed uccisa davvero). Ci sono due soli ingressi per i civili, Erez e Rafah controllati dalle forze militari israeliane a nord ed egiziane a sud. A ovest c’è il mare sorvegliato dalla marina israeliana che quasi ogni notte spara sui pescatori, sequestra barche ed arresta.

Come in altri paesi in via di sviluppo qui per strada si trovano auto i cui pezzi paiono tenuti insieme dalle preghiere. Non importa se con o senza ammortizzatori, se le portiere chiudano o meno e se i finestrini e gli specchietti ci siano, basta che le ruote girino e che quel che resta della tappezzeria venga rivestito con pellicola trasparente da imballaggio perché qui anche i rottami si rivendono e continuano ad avere una vita.
Le strade sono sature di fumi neri nei momenti di traffico più intenso, che vanno a miscelarsi con gli odori dei generatori quasi sempre accesi per compensare la distribuzione di corrente elettrica che va e viene a secondo della zona, ogni giorno con orari diversi.
Nonostante la terribile crisi energetica dovuta alla mancanza di benzina e diesel anche per brevi distanze qui è tradizione usare l’auto. Noi questa mattina decidiamo di recarci a piazza Al-Jundi a piedi, anche se il caldo comincia a farsi sentire se non c’è vento ed è dura resistere in maniche lunghe.
La tradizione e la religione, qui popolarissime entrambi, prevedono regole di comportamento e costume piuttosto rigide nei luoghi pubblici, specialmente per le donne. Braccia e collo coperti, decoro, poche strette di mano, nessun contatto fisico con persone dell’altro genere, nessuna sigaretta in luoghi aperti e niente che possa apparire non convenzionale come accennare a movimenti di danza per strada. Come internazionale si hanno già molti occhi addosso e con i primi tre bottoni della camicia aperti, anche quelli indesiderati. E’ bastato avvicinarsi alla piazza “in quelle condizioni” per essere apostrofati da un agente della sicurezza che ci ricorda che esistono delle tradizioni a Gaza che devono essere rispettate.

Continuano da giorni le azioni in solidarietà ai prigionieri che prevedono marce per la città organizzate in cortei di partito, letture, comizi e danze popolari. Su questa piazza, in maniera del tutto esclusiva a Gaza, è permesso l’uso di un sound system.
Ci avviciniamo alla tenda degli uomini, dove sono stati organizzati letti e sedie per permettere a questi di portare avanti lo sciopero della fame. Decidiamo di chiedere un’intervista ad Hamza, uno dei prigionieri rilasciati con gli accordi Shalit.
Shalit è il nome di un soldato israeliano che nel 2007, durante un’incursione palestinese oltre il confine con Israele, è stato rapito e trattenuto a Gaza come ostaggio ai fini di instaurare una trattativa per la liberazione di 1400 prigionieri politici del governo israeliano. Tale trattativa si è conclusa con successo quest’anno.
Hamza è rimasto in carcere per 10 anni trascorrendo gran parte della sua detenzione in isolamento in una cella piccolissima illuminata da un immenso faro dalle cinque di mattina fino alla mezzanotte, con solo un’ora d’aria al giorno e senza ricevere mai le terapie mediche richieste.
-”Dieci anni sono un periodo molto lungo e resistere ad angherie e soprusi, senza poter né incontrare né scrivere alla propria famiglia, resistendo a continui raid notturni punitivi, alle umiliazioni ed alle percosse, non è stato facile. In più da quando sono iniziati gli scioperi della fame in carcere, le relazioni fra detenuti e secondini si sono indurite, portando a continue azioni contro i prigionieri che ad ogni visita delle guardie vengon fatti spogliare nudi”-
Da quando è stato rapito Shalit nessun detenuto ha più potuto incontrare o scrivere ai propri parenti, sono state bandite tutte le comunicazioni con l’esterno compresi tutti i libri, quotidiani e lettere, quindi Hamza per cinque anni non ha potuto vedere sua madre o nessuno della sua famiglia e viceversa questi non avevano più notizie di lui.
Quando il soldato israeliano Shalit è stato liberato Hmaza, come tanti altri, è stato liberato e confinato a Gaza senza alcun documento di viaggio, come da accordi intrapresi fra il governo israeliano, e la croce rossa internazionale, che ha interceduto in tutte le trattative.
Ora Hamza è in sciopero della fame ed il suo sogno è di poter terminare i suoi studi, tornare a Gerusalemme e da li continuare le lotte per il suo popolo.
Per rendere l’idea, quasi ogni persona con la quale parliamo, anche al di fuori di questa piazza, ha o ha avuto un parente o genitore imprigionato nelle carceri israeliane durante azioni di resistenza all’occupazione o per ragioni apparentemente inerenti. Ognuna testimonia condizioni di prigionia barbare e non dignitose, ognuno denuncia ragioni inaccettabili per l’arresto quasi sempre avvenuto senza un vero processo civile, ognuno soffre la mancanza di un supporto internazionale attivo nei confronti di queste anomalie legislative.
Così ci testimonia anche un altro giovane, il cui padre è in arresto dal 2000, e dal 2007 non può vedere la famiglia. Quest’uomo è stato stato fatto prigioniero al valico di Rafah, mentre andava in vacanza con la famiglia, perché accusato di finanziare movimenti terroristici a Gaza.

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[MoviengToGaza] She is only a fisherwoman


During some members of our group were making a workshop in photography in a centre for children, i move with my best friend M. and S. of our group to the Beach Camp, a refugee camp containing about 60.000 persons. If we talk about a refugee camp, we often imagine a place full of tents, but those in Gaza existing for over 60 years look more like a small city with grey uncoloured lowest-standard houses. The distances between the houses are differing from each other, but some “streets” are as large as my body and it is easier to loose yourself in the alleys of the camp than in a labyrinth.

We want to see a fisherman, Mahmoud, he is 54 years old and is living close to the former Secret Service Building of the Palestinian Authority, which was several times bombed. Eventually many people people in this world were happy to hear that this building was destroyed and is not usable anymore, but did anybody care about the destroyed houses which are surrounding the building? Did anybody talk about Mahmouds house which was damaged several times? Did anybody ask himself if he would have the money to rebuild it? Obviously not. Mahmouds house is in a very bad condition, the roof is provisory repaired and a bad smell is present wherever you turn your nose, which is surrounded by a big “murder of flies”.

Mahmoud lives with his wife, who was not present today, because she had to meet her brother who lives in Egypt and 4 kids, 2 younger boys and 2 elder girls in this poor, in my opinion slum quarter. He is sick. He can´t move his legs properly, his nervous system is not working well anymore what forced him to stop to continue his work as a fisherman 20 years ago, but nevertheless during he tells us his unhappy story, he doesn´t show that he feels blue, no, he actually laughs and makes jokes like everybody in Gaza. It is tradition here to smile, when you pass the most difficult moments in your life.

On his right side sits a bit bashful 17 year old girl, called M. She doesn’t smile so much. The expression of her face reflects her disaffection of her current situation. No, it is not a punishment of her father, what makes her so serious, it is not the lack of money to buy a new Barbie doll or new clothes,…..it is the sadness not to be able to go to school anymore, not to be able to begin a career, not to be able to study education in sports, which you can read out of her beautiful brown glassy eyes. She likes sports, she swims faster than others and she had the dream to participate at the Olympic Games, but instead she decided to stop the school, to take the boat of her father and to continue with the tradition of the family, even if she knows that fishing at the coast of the Gaza Strip can be fatal. Her father is proud of her, he can´t stop to repeat how strong she is, how important she is for the survive of the family. With 1000 Shekel(200 Euros) for seven months, a contribution from the Authority, it is not possible to pay all the costs, electricity, food and transport for the school of her brothers and her sister. She is the oldest of her siblings and that they have something to eat depends often on her fishing.

Since 2 weeks M. has another problem: She is not allowed anymore to go out at the Sea. The tradition says that only men can be fishers. With a strong voice she tells us that when she goes to the seaport to take the boat of her father, many of the male fishers were laughing at her and making discriminating jokes about her. A woman can irritate the local tradition, can blind the brains of the males and can be reasons for conflicts among the population. As consequence she was forced to stop fishing, to stop to feed her family, to stop to be herself. The following weeks, after the Authority will discuss her case, will show, if she will be able to continue her job, putting herself in danger to be shoot by the Israeli Coast Guard. And the following years will show, if she will be able to make her dreams come true, if she will participate at the Olympic Games, if she will be able to finish one time her studies, if she will be able to have a “normal” life…….or……..if she will be forced to help her father again……….. to repair their house.

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[MoviengToGaza] FINALMENTE IL LAVORO INIZIA VERAMENTE… -REPORT SECONDO MEETING-

Il secondo meeting con i ragazzi e le ragazze di Gaza è stato molto intenso e partecipato.
Noi avevamo precedentemente elaborato delle idee che potessero in un certo senso ‘guidare’ l’incontro. Avevamo distinto fra le idee generali, il concept, del lavoro filmico e invece i caratteri generali dei protagonisti, cioè delle storie che si andranno a sviluppare.

Subito abbiamo trovato una sintonia sulle idee generali, partendo dal punto di vista della youth, la gioventù, di Gaza: come loro vedono il loro paese, quali sono le problematiche, che connessioni hanno tali problematiche, ognuna interconnessa alle altre in rapporti causa-effetto o in interdipendenza.
Questa fase è stata in sostanza un’attenta ed interessante analisi sulla Gaza contemporanea. Tale analisi ci ha fatti arrivare alla conclusione che molto spesso la situazione socio-politica di Gaza è così complessa da non far affiorare un vero e proprio ordine gerarchico fra i suoi vari aspetti, ma che ognuno sia strettamente interconnesso al tutto, in una sorta di ‘miscela esplosiva’ fatta di problemi economici, politici, istanze culturali e religiose ed ogni altra eventuale sfaccettatura legata alle condizioni di classe.

Tra le principali problematiche ciò che è affiorato sono:

- PROBLEMI ECONOMICI
MANCANZA DI LAVORO, CRISI ENERGETICA, CRISI PETROLIFERA, MIGRAZIONE

- PROBLEMI POLITICI
DIVISIONE FRA FAZIONI E PARTITI, OCCUPAZIONE ISRAELIANA, EMBARGO ED ASSEDIO MILITARE, RESTRIZIONI ALLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ALLA LIBERTÀ DI MOVIMENTO

- ISTANZE CULTURALI E RELIGIOSE
TRADIZIONE E NUOVI COSTUMI, CONDIZIONE DELLA DONNA

- POLITICA INTERNAZIONALE
AIUTI UMANITARI E PATERNALISMO

Come punto di partenza siamo stati tutti e tutte in accordo sul far svolgere l’azione del film in tempi contemporanei, per meglio poter esprimere tutte quelle problematiche e dibattiti a cui la youth di Gaza si sente così legata e da cui si sente anche così fortemente mossa nel bisogno di creazione di movimenti culturali e politici che hanno animato la vita di questi ultimi anni.

Altro elemento che abbiamo voluto affrontare subito in questa prima parte del meeting è il pubblico fruitore del film: chi lo vedrà, che linguaggio servirà, che tematiche sarà meglio affrontare.
La risposta è stata ovviamente l’intenzione di far vedere questo lavoro a più persone possibile, perciò europei, palestinesi, gazawi, e via dicendo.. ma ovviamente in questo caso il primo problema da affrontare è capire cosa potrà venir meglio capito da un pubblico così vasto, cosa potrà venir accettato, cosa sarà un tabù impossibile da affrontare.
Quello che abbiamo immaginato (ma nel work in progress questo sarà un punto in continua evoluzione) è che sarà necessità prima quella di trovare una sorta di ‘codice’ che ci permetta di parlare di ciò che sentiamo il bisogno di esprimere, senza dover ricorrere all’auto-censura ma anche senza privarci del giudizio e della fruizione del pubblico di Gaza.

Nella seconda parte dell’incontro siamo entrati più nel dettaglio dei personaggi e del loro carattere, pur mantenendo ancora un punto di vista generale, senza entrare nei profili di ciascun protagonista delle nostre storie.
Ci è sembrato sicuramente interessante affrontare le diverse tematiche socio-politiche, di cui alla prima parte, da differenti punti di vista. La nostra idea è quindi avere dei personaggi provenienti a varie classi sociali e legati ad appartenenze politiche anche contrastanti fra loro, che affrontino in maniera diversa le istanze culturali e religiose e che abbiamo prospettive di vita fra le più disparate.
Ciò immaginiamo possa essere un buon elemento perché tali storie, qualora si incrocino, sviluppino interessanti incontri, stimolanti dialoghi e prospettive di confronto che possano dar vita ad un plot complesso e non drammaturgicamente non piatto.

Inoltre si è espresso il bisogno che i personaggi, seppur nella loro distanza socio-culturale, trovino un luogo, un momento, un contesto in cui possano incontrarsi. Ciò è fondamentale ai fini di una corretta e lineare definizione dell’azione filmica.

Altro elemento fondamentale che ci ha trovato tutti e tutte d’accordo è il bisogno di partire dall’idea che ognuno dei nostri protagonisti abbia un talento da esprimere e che tale talento incontri, in maniera differente per ogni storia, degli ostacoli al suo sviluppo.
Ovviamente ciò che vorremmo evitare parlando di tali talenti è il solito ‘vittimismo’ in cui spesso si rischia di cadere in certi contesti di guerra e povertà.
I ‘nostri’ talenti, quelli che racconteremo nel film, dovranno in qualche modo riuscire, chi con esito negativo e chi positivo, a sviluppare le proprie capacità.
Essi vivranno inoltre le contraddizioni fra vecchio e nuovo stile di vita, tradizionali costumi ed innovazioni contemporanee, soprattutto in stretto legame alla religiosità e alla condizione femminile.

Siamo quindi passati ad una fase di brain storming in cui i ragazzi e le ragazze di Gaza hanno dato una sorta di ‘elenco’ di talenti che è interessare incontrare ai fini di definire i profili dei personaggi.
Da rappers e beatbox a breakdancers e graffittari, da surfers a blogger, da videomaker a fotografi, attori e attrici, contadini e pescatori.
Nostro compito sarà perciò in questa settimana quello di incontrare, accompagnati sempre da uno o più ragazzi del gruppo, i talenti che loro ci segnalano, cercando di capire quale storia possa essere interessante da sviluppare e di facile fruizione per un pubblico così vario come quello che ci siamo immaginati.
Abbiamo già incontrato molti di questi talenti la scorsa settimana, all’interno di una schedule programmatica molto intesa e diversificata nelle sue attività, è molte delle idee che ci siamo fatti sui profili dei personaggi vengono fuori da quelle interviste e chiacchere.
Tante idee le abbiamo avute discutendo con i ragazzi e le ragazze del gruppo a cui abbiamo anche fatto delle belle ed intense interviste: ognuno di loro è un talento, ha delle idee precise su come vedere ed affrontare la vita, ognuno sembra più adulto della propria età anagrafica e pronto a carpire ogni singolo istante di questa faticosa ed intensa esistenza in uno dei più difficili angoli del mondo.

Ci siamo perciò lasciati col gruppo, dopo ore di animata discussione, con il proposito di rivederci Sabato prossimo alla stessa ora per tirare le somme ed iniziare a proporre dei profili, dei caratteri, delle idee su chi dovrebbero essere i nostri protagonisti e cosa dovrebbero fare, sul perché li vogliamo così e che obbiettivi dovrebbero avere.

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[MoviengToGaza] SCIOPERO DELLA FAME A GAZA IN SOLIDARIETA’ AI PRIGIONIERI

Il lunedì a Gaza è dal 1995 il giorno della marcia pacifica per rivendicare i diritti dei prigionieri politici detenuti in Israele.
Davanti le porte del comitato Internazionale della Croce Rossa, che dal 1967 assiste i palestinesi nella visita dei propri familiari, ogni settimana centinaia di madri si riuniscono con alte le foto dei propri cari e care per ricordare al mondo che queste persone sono vive e chiedono giustizia e per far sapere ai detenuti che fuori le loro famiglie non smettono di resistere.

I diritti dei detenuti a Gaza sono una causa che riguarda tutti, ogni partito aderisce a questo movimento di solidarietà, supporta le famiglie dei detenuti e tenta di resistere all’occupazione con questi piccoli ma forti gesti. Per questa causa non importa la religione o il credo politico, per i diritti dei prigionieri nelle carceri israeliani, i palestinesi sono un solo popolo, unito.
Gli obiettivi di questo sciopero sono chiedere che vengano cessate le reclusioni in isolamento, che le famiglie possano visitare i propri detenuti, che cessino i raid notturni e le punizioni collettive e tutte le pratiche umilianti. Inoltre, attraverso l’uso dei media si cerca di muovere le opinioni pubbliche locali, regionali e internazionali, facendo pressione sul governo occupante per renderlo responsabile della salute di tutti i detenuti.

Durante la prima Intifada, fra il 1997 ed il 2003, furono fatti prigionieri circa 8000 attivisti e membri della resistenza popolare e furono due donne, Um Jaber, madre di Jaber e Um Ibrahim madre di Ibrahim, che cominciarono con questa tradizione. Due donne con la consapevolezza che presto sarebbero diventate centinaia.
Jaber fu rilasciato nel 1999, dopo aver scontato più di quattordici anni in carcere.
Ibrahim Mustafa Baroud invece, che aveva 23 anni quando fu arrestato nel 1986, è ancora in carcere. Per lungo tempo gli è stato impedito di vedere la famiglia, anche attraverso le foto. Quando finalmente gli viene concesso di vedere la madre settantenne, questa non passerà neanche il confine di Erez in quanto, dopo essere sottoposta a perquisizioni e raggi x, le viene chiesto di spogliarsi nuda. Richiesta alla quale la donna dovette negare il consenso per dignità e pudore.
Conoscere Gaza significa partecipare anche a questo momento, conoscere le madri e mogli dei detenuti e sedersi fra quelli che sono in sciopero della fame.
Il 17 Aprile in Palestina è la giornata in cui si commemorano tutti i prigionieri e da questo giorno 1600 detenuti nelle carceri israeliane sono entrati in sciopero della fame in massa, in segno di protesta contro le leggi sulla detenzione amministrativa, che permettono ad Israele di tenere in prigionia migliaia di persone a tempo indeterminato e senza accuse. Il numero degli scioperanti, in soli due giorni è salito a 2300.
Più di 300 dei 4600 prigionieri palestinesi sono detenuti da anni senza conoscere l’accusa, impedendo agli imputanti di tentare qualunque difesa. Due prigionieri sono oggi nel loro sessantottesimo giorno di sciopero e si avvicinano lentamente ad una morte dolorosissima ed ingiusta, ma purtroppo tutto quello che si ottiene nelle carceri israeliane,  storicamente passa attraverso la sofferenza.
A Gaza city, in piazza Al-Jundi, da 8 giorni, sotto la tenda della solidarietà, uomini e donne molti dei quali rilasciati con l’accordo Shalit e altri non direttamente familiari, ma comunque solidali coi detenuti, hanno iniziato lo sciopero della fame ed un presidio continuo con tende e letti, sorvegliati dagli infermieri ed infermiere della Croce Rossa.
Qui abbiamo la possibilità di intervistare Hilal Mohammed Jaradat, un uomo di 48 anni, provato e segnato da 27 anni di prigionia assegnatigli senza processo per aver ucciso un militare israeliano. -”I detenuti e anche altri palestinesi, hanno cominciato lo sciopero della fame per protestare contro l’isolamento nelle prigioni israeliane, per chiedere pasti decenti per i detenuti, per far si che venga garantito il trattamento medico quando necessario e per permettere le visite da parte dei famigliari. Noi non siamo contro gli ebrei”- continua Hilal, -”ma siamo contro l’occupazione, l’oppressione e la sofferenza.
Omar Adnan Sagawi, 48 anni, appartenente al movimento popolare, si trova in piazza Al-jundi da 7 giorni per protestare attraverso lo sciopero della fame e dimostrare solidarietà a tutti i fratelli e sorelle imprigionati nelle arcieri sioniste.
Ci sono 57 uomini e 27 donne  su questa piazza che partecipano con estrema forza e coraggio allo sciopero, nella speranza che le loro sofferenze possano dare dignità alle vite dei detenuti.
Abdelhadi Ghuniem del campo rifugiati Al-Nusairat,  ha passato 22 anni e mezzo in arresto e nove anni in isolamento e fu catturato quando l’ultimo genero era nato da poche ore.
Domani torneremo alla piazza Al-Jundi, per continuare a raccogliere informazioni sulla vita, la resistenza e lo sciopero della fame in solidarietà ai palestinesi nelle carceri Israeliane, in opposizione allo stato di occupazione.

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[Palestina] Il cinema palestinese della seconda Intifada

di Haider Sabah

Ripubblichiamo questo interessante articolo sul cinema palestinese uscito su Le Monde Diplomatique e tradotto dal sito Rough Moleskin
Palestina esiste già: è un film

Negli ultimi 10 anni una nuova ondata di registi palestinesi ha costruito una specifica identità nazionale sullo schermo. E’ più direttamente politica che nei film precedenti che ritraevano la vita e le storie dei palestinesi.

Mentre la seconda Intifada (iniziata nel settembre 2000) ancora infuriava in Israele e nei territori palestinesi occupati, il film Intervento Divino (2002), del regista Elia Suleiman nato Nazareth, è stato presentato all’Accademia del Cinema delle Arti e delle Scienze come nomination dalla Palestina all’Oscar per miglior film in lingua straniera. L’Accademia ha respinto il film perché, diceva, “La Palestina non è un paese”. Nel 2006, quando il film Paradise Now (2005) del regista palestinese Hany Abu-Assad è stato nominato nella stessa categoria, l’Accademia ha accettato, e ha individuato il suo paese come “l’Autorità Palestinese”.
Lo studioso Edward Said ha scritto in una introduzione a un libro sul cinema palestinese, Dreams of a Nation: “Tutta la storia della lotta palestinese ha a che fare con il desiderio di essere visibili.” Questo desiderio è quello che ha guidato la nuova ondata di film Palestinesi negli ultimi dieci anni. Il cinema palestinese si è reinventato molte volte nel corso degli ultimi 40 anni, ma sono stati i film prodotti dopo la seconda intifada iniziata nel 2000 che hanno catturato l’attenzione internazionale. Non perché esistano, ma perché fanno un’affermazione sociale, culturale e politica senza precedenti.
Migliaia di sostenitori della causa palestinese in tutto il mondo – non solo i palestinesi – hanno impugnato le telecamere negli ultimi 10 anni, aiutati dalla tecnologia digitale, per fare film sulla Palestina e sul dramma dei palestinesi che continua fino ai nostri giorni. Il loro cinema è caratterizzato dall’uso di comuni fatti storici e sociali per documentare la lotta palestinese, l’occupazione israeliana e l’identità culturale.
I principali studiosi di cinema palestinese, Nureth Gertz e Michel Khleifi, hanno individuato quattro periodi distinti nel loro libro Cinema palestinese: Paesaggio, Trauma e Memoria. Il primo è tra il 1935 e il 1948, l’anno della Nakba (o catastrofe, che descrive l’espulsione forzata dei palestinesi dalla loro terra nel 1948). Il secondo, “l’epoca del silenzio”, è stato tra il 1948 e il 1967, quando nessun film è stato prodotto. Il terzo comprende i film del periodo rivoluzionario fra il 1968 e il 1982 – innescato dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza dopo la Guerra dei Sei Giorni – prodotti in gran parte in esilio in Libano da parte dell’OLP e delle altre organizzazioni palestinesi. Il quarto periodo, iniziato nel 1982, dopo l’invasione israeliana del Libano e i massacri di Sabra e Shatila, continua tutt’oggi.

Senza stato ma nazionale
La Dottoressa Lina Khatib, esperta di cinema arabo e accademica presso la Stanford University in California, dice che il rapporto di un film con la storia è 
 soggettivo. Il conflitto arabo-israeliano è, dice, l’esempio più chiaro di come allo stesso evento storico vengano date “diverse, spesso contraddittorie interpretazioni” da Hollywood e dal cinema arabo. Lei dice che le verità costruite da entrambe le parti sono prodotte da specifici contesti storici diversi, e riflettono queste differenze.
I film della nuova ondata palestinese sono intrinsecamente politici. Sono costrutti cinematografici di resistenza specificatamente posteriori al 2000.

La seconda Intifada è un evento chiave nella lotta palestinese, il punto in cui la costruzione dell’identità nazionale definita da fatti sociali e storici ha iniziato a svilupparsi. I film successivi, con una voce palestinese quale alternativa al discorso dominante israeliano sul conflitto, formano questa nuova ondata.
Il cinema palestinese è davvero un cinema apolide nazionale che rappresenta socialmente, economicamente e geograficamente 9,7 milioni di palestinesi sparsi in tutto il mondo – si stima che il 74% dei palestinesi siano profughi. In tutti i territori occupati, i palestinesi non hanno avuto per lo più nessun accesso al cinema: durante la prima intifada Israele ha chiuso tutti i luoghi di svago, tra cui i cinema. Lo stato israeliano ha immobilizzato il popolo occupato e asfissiato i loro sforzi culturali, e ha vietato manifestazioni pubbliche culturali e incontri culturali.

Definire il cinema palestinese non è facile. In un saggio, il regista Omar al-Qattan nato a Beirut e cresciuto in Gran Bretagna, si chiede che cosa fa di un regista un regista palestinese, oltre che essere nato da genitori palestinesi. Dice che il suo rapporto con la Palestina è un imperativo etico con relativo bagaglio di storia familiare, patrimonio culturale e amicizie con altri palestinesi. Al-Qattan è fermamente convinto di dover chiamare “palestinese ogni film impegnato con la Palestina, senza limitarsi alla denominazione per meri confini nazionalistici”. Adottando la definizione di al-Qattan, possiamo capire come Bab el Shams (2005) sia considerato un film palestinese, pur avendo un regista egiziano e finanziamenti francesi.

Speranza e disperazione
Dabashi Hamid, editore di Sogni di una nazione, scriveva: “La vera proposta del cinema palestinese indica il carattere traumatico della sua origine e della sua originalità. Il mondo del cinema non sa bene come relazionarsi con il cinema palestinese, proprio perché sta emergendo come un cinema senza stato dalle più gravi conseguenze nazionali”(1). Questo è forse bene espresso nel nuovo film di Elia Suleiman, The Time That Remains (2009), l’ultimo film della sua trilogia palestinese (Cronache di una sparizione (1996) e Intervento Divino sono gli altri due), in cui dice che i telespettatori devono considerare il fatto che, molto semplicemente “il tempo, si sta esaurendo”.
I film della nuova onda palestinese si fondano sulla chiave comune di fatti sociali, come l’occupazione, apolidia e la lotta per il diritto al ritorno, per costruire un’identità nazionale che trascenda la frammentazione della diaspora. L’occupazione israeliana e l’oppressione sono rappresentate attraverso la raffigurazione di checkpoint, blocchi stradali e carte d’identità. La continua mancanza di uno stato e l’aspirazione a una patria nazionale sono mostrate entrambi come speranza e disperazione – Quelli che hanno speranza vanno alla ricerca di una nazione sovrana; quelli cui la speranza manca, come i personaggi dei film di Elia Suleiman, soffrono di frustrazione e disperazione. Il diritto al ritorno sta alla base di tutti questi film. I personaggi cercano di eliminare la causa della loro sofferenza per ritornare ad uno stato di pace e di famigliare sicurezza.

La seconda Intifada ha permesso di vedere i simboli della rivolta: Yasser Arafat, checkpoint e blocchi stradali, il muro in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti. La maggior parte dei film della nuova ondata sono girati nelle 
 Cisgiordania dove i palestinesi vivono dietro il muro e hanno gli stessi pilastri di lotta – apolidia, oppressione, resistenza e diritto al ritorno. E ‘stato difficile fare film nella Striscia di Gaza dopo il blocco israeliano, anche se lo scorso anno un film potente, Imad Aqel (2009), su un combattente della resistenza di Hamas ucciso nel conflitto, è nato proprio a Gaza. Fare un film sotto l’occupazione, sotto il blocco israeliano, in un luogo poverissimo, è stato già un risultato, anche se i titoli internazionali hanno puntato l’attenzione soprattutto sul fatto che il film è stato finanziato e prodotto da Hamas. Quattro degli attori del film sono stati uccisi successivamente nell’operazione “Piombo Fuso” – l’attacco israeliano di 22 giorni su Gaza a partire dal dicembre 2008 al gennaio 2009.

Un’arma culturale
L’idea di “specifici contesti storici”, di cui parla Khatib è legata all’idea di identificare le chiavi sottese ai “fatti sociali” – un termine coniato dal sociologo francese Emile Durkheim. A suo avviso, i fatti sociali possono essere contemporaneamente “obiettivo, resistente e persistente” e sono la chiave per comprendere la volontà o coscienza collettiva e l’identità di un gruppo. Durkheim definisce i fatti sociali come “modi di agire o di pensare con la caratteristica peculiare di esercitare una influenza coercitiva sulla coscienza individuale … Anche i simboli che rappresentano queste concezioni cambiano a seconda del tipo di società “(2).
Nei film dellla nuova onda palestinese, il rapporto tra cinema e realtà è storicamente e politicamente inflesso per creare un’arma culturale che funge anche da resistenza. Questi film sono testi storici degli oppressi.

In pochi a Londra o a New York sono consapevoli del significato politico della kuffiyah che hanno comprato da H&M o Top Shop. La kuffiyah è diventata un simbolo di solidarietà e di resistenza palestinese, al tempo della Nakba, non del tutto deliberatamente. E ‘stata una coincidenza culturale. La Palestina era una società agricola prima della creazione di Israele, terra e aziende agricole erano gran parte del patrimonio culturale palestinese. Durante la Nakba, quando i sionisti distrussero i villaggi e i palestinesi fuggirono, i borghi rurali sono stati distrutti per primi. Quelli erano scappati erano agricoltori, che indossavano la kuffiyah per proteggersi dal sole in estate e dal freddo in inverno, nei loro campi, negli agrumeti e negli oliveti. La kuffiyah è un simbolo ricorrente nelle nuovo cinema palestinese.
Altri simboli sono la mappa originale della Palestina (pre-1948), la stessa terra e la bandiera palestinese. La storia dimostra che, come esseri umani, confidiamo sui simboli per progettare la nostra identità quando le nostre voci e le nostre azioni non ne sono capaci (in Francia, la festa della Bastiglia non sarebbe la stessa senza la bandiera francese), e la bandiera palestinese è il simbolo più importante di solidarietà, di resistenza e nazionalismo nei film della new wave.

Intervento Divino di Suleiman e Paradise Now di Abu Assad, per esempio, mettono in relazione i personaggi col clima dell’occupazione israeliana e col paesaggio dei territori occupati, dando loro un contesto e integrando con essi anche parte della narrazione. Nella sequenza della lotta fantastica di Intervento Divino, la fidanzata del protagonista è mascherata da un kuffiyah mentre combatte i soldati israeliani, e li distrugge. Senza kuffiyah, il soggetto avrebbe potuto essere percepito come una femminista. Invece, con la kuffiyah che ne maschera l’identità, diventa il simbolo della resistenza palestinese.
Entrambi questi film identificano l’obiettivo collettivo del ritorno. Ma Intervento divino può essere letto come l’allegoria del crollo dell’aspirazione nazionale, mentre Paradise Now può essere visto come l’allegoria che sfocia nella determinazione. In Sale di questo mare (2008) della regista palestinese-americana Annemarie Jacir, la protagonista, Soraya, è una testarda profuga palestinese di terza generazione nata a Brooklyn e giovane americana. Lei va alla ricerca della sua casa avita a Jaffa (oggi in Israele) per verificare la sua identità personale, la storia familiare, e anela a reclamare la sua casa di famiglia. Come disse lo storico Issam Nassar: “L’esodo forzato e l’espulsione dei palestinesi nel 1948 e la costruzione di eventuali campi profughi in tutto il Medio Oriente ha determinato il contesto per la trasformazione dei vecchi palestinesi a carattere locale e comunitario in nazionalisti” (3).

I registi della nuova ondata sono riusciti a costruire una identità nazionale palestinese che trascende la diaspora frammentata, hanno reso il cinema un mezzo fondamentale per la documentazione e la conservazione della storia della loro lotta.

Soprattutto, custodiscono il dialetto arabo palestinese – cosa non facile, considerando la dispersione geografica della comunità. La giornalista americano-araba Nana Asfour dice: “Ciò che lega i film palestinesi, insieme, sono la lingua – arabo palestinese – il soggetto – la vita dei palestinesi – e il desiderio di ogni autore di illustrare il suo proprio punto di vista su quello che vuol dire essere palestinese” (4).
Di recente ho incontrato Elia Suleiman a Beirut, dove è andato a promuovere il suo nuovo film The Time That Remains, presentato in anteprima a Cannes l’anno scorso. Egli suggeriva quanto opportuno sia considerare la molteplicità delle voci dei registi palestinesi. “Io non so se il microcosmo del conflitto arabo-israeliano è un riflesso del mondo, o se il mondo è un microcosmo della Palestina. Globalmente, la Palestina si è moltiplicata e ha generato tante Palestine. Sento che se si va in Perù, anche lì si trova pesantemente la Palestina.”

(1) Hamid Dabashi, ed, Dreams of a Nation: On Palestinian Cinema, Verso, London, 2006, p 7.

(2) Emile Durkheim, The Rules of Sociological Method, The Free Press, University of Chicago, 1938.

(3) Issam Nassar, “Reflections on Writing the History of Palestinian Identity”, Palestine-Israel Journal of Politics, Economics and Culture, 8:4/9:1, 2001.

(4) Nana Asfour, “Reclaiming Palestine, One Film at a Time”, Cineaste, New York, summer 2009.

Traduzione di Gabriella Grasso

Fonte : Le Monde Diplomatique

Pubblicato da Rough Moleskin

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[MoviengToGaza] QUELLO CHE POTEVA SUCCEDERE


Oggi non scriveremo un report.
Non lo faremo perché non vogliamo raccontare quello che è successo, ma quello che poteva succedere.
Poteva succedere che la famiglia di Khuza’a che abbiamo aiutato a mietere il raccolto di un anno riuscisse a terminare il lavoro senza problemi.
Poteva succedere che i tank israeliani non entrassero nelle loro terre bruciando tutto e sparando sulla gente senza rispetto alcuno per la vita umana.
Poteva succedere che uno di loro non venisse ferito all’addome mentre stava nel salotto di casa sua, sperando di essere al riparo dal fuoco nemico.
Poteva succedere che nessun elicottero sparasse sugli internazionali accorsi a proteggere quelle famiglie di contadini.
Infine poteva succedere che Khuza’a non venisse invasa da 25 tank e numerosi apache che a suon di mitragliatori facessero scappare la popolazione, e che poi entrassero nell’area abitata minacciando di demolire le loro case.

Ma in fondo questo è solo quello che poteva succedere se a Gaza ci fosse un conflitto e la popolazione civile fosse proprio nel mezzo.
Questo poi è quello che sentiremmo dalle televisioni di tutto il mondo se il conflitto fosse un evento interessante di cui parlare e se si volesse denunciare il genocidio che il popolo palestinese subirebbe in quel caso.

Invece nessuno parla di queste cose perché queste cose non succedono. Sono solo propaganda di fondamentalisti ed estremisti, gente pronta a tutto pur di far credere al mondo che in Palestina c’è un popolo che ogni giorno muore e grida la sua rabbia.

Insomma, qualsiasi sia la vostra percezione della realtà, noi speriamo che ogni volta che accendete la televisione, il computer o leggete il giornale pensiate che avete una mente critica e che non dovete solo ascoltare senza pensare. Speriamo che in Palestina, in Israele e nel resto del mondo le persone siano ancora in grado di capire la differenza fra quello che succede e quello che ci vogliono far credere succeda.
Perché noi qui una cosa l’abbiamo capita: questo conflitto avrà solo una via d’uscita.
E questa via d’uscita non sarà decisa dai governi e dalle banche che gestiscono il traffico di armi e le ricostruzioni.
Questa via d’uscita la decideranno il popolo palestinese ed il popolo israeliano quando potranno e vorranno prendere in mano le sorti del proprio destino.
Questo è quello che poteva succedere, quello che potrebbe succedere.