[MoviengToGaza] Corrispondenza audio dalla buffer-zone

Mercoledi 2 maggio, Gaza.
Questa che segue è una corrispondenza di 5 minuti: vi raccontiamo dell’attacco dell’esercito israeliano contro contadini palestinesi disarmati ed internazionali.
Le incursioni dell’esercito isareliano nella cosidetta « buffer zone » (territorio palestinese al confine con quello israeliano che viene di fatto controllato da quest’ultimi) mirano a impedire ai contadini palestinesi di coltivare le loro terre. In questo modo si aggravano le condizioni di indigenza di un popolo già costretto a forti sacrifici per via dell’embargo.

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[Palestina] [Videos] FARMING ACTION

FARMING ACTION

24_04_12 Striscia di Gaza: supportando gli accompagnamenti ai contadini dell’International Solidarity Movement


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Sveglia quasi all’alba, dopo poche ore di sonno e con ancora in testa le ultime parole scritte ieri notte. Assieme agli attivisti di International Solidarity Movement (ISM) ci rechiamo al villaggio di Khuza’a per fare accompagnamento ai contadini che raccolgono il grano nei loro campi adiacenti alla buffer zone.
Questa zona è la più bella e pericolosa di Gaza e fino al 2005 era abitata solo da coloni, circa 8000 suddivisi in 21 insediamenti, i quali venivano protetti da circa 30.000 forze militari e diversi check point . Quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di evacuare forzatamente tutti i coloni, nessun palestinese poteva accedere quest’area per ragioni di sicurezza.
Oggi vivono qui quasi 10.000 palestinesi e il villaggio si trova a meno di 500 metri dal confine con Israele. Il primo giorno della raccolta del grano i soldati israeliani, sparando in direzione dei contadini, hanno ferito un uomo, il secondo giorno una donna. Dal terzo giorno i volontari dell’I.S.M. accompagnano i contadini al lavoro con l’intento di far fermare il fuoco, armati di giubottini fluorescenti, telecamere e megafono.

[Palestina] [Diario di bordo] QUINTO GIORNO A GAZA

Anche oggi ci svegliamo all’alba per andare ad accompagnare i contadini sui campi per il raccolto insieme ai volontari dell’International Solidarity Movement, Nathan, Johnny e Rosa.

Arrivati a Khuza’a troviamo una troupe della televisione universitaria Book TV, venuta a fare un servizio sugli stranieri che vivono a Gaza e si impegnano per aiutare la popolazione contro le ingiustizie che subiscono e forse grazie alla loro presenza, o al fatto che oggi in Israele è festa, quando i militari israeliani arrivano con le loro jeep sul confine decidono di non sparare e lasciano i contadini lavorare in pace fino alle 10, ora in cui è il sole, troppo cocente, a porre termine al lavoro.

Rientrati a Gaza ancora assonnati Maher, giovane guida gazawi e buon amico, ci porta a visitare il Palestinian Womens Committees Union, un comitato femminile che si occupa di  assistere ed educare le donne. Qui abbiamo la fortuna di intervistare Taghriid Jomà la coordinatrice del centro che ci spiega quali sono i vari tipi di problemi con cui le donne si devono confrontare in questa società, come la violenza domestica, psicologica e fisica, in una cultura dominata principalmente dalla figura maschile.

Il lavoro in questi casi consiste principalmente nell’aiutare le donne a raggiungere l’indipendenza economica, molto difficile da ottenere in questa società ed alla base dell’emancipazione culturale.

-”Se le donne non ottengono l’indipendenza economica”, ci dice la coordinatrice,  ”non riescono a liberarsi dalle violenze subite in casa dal marito, dai familiari, o dalla società, perché non possono abbandonare tali case. Se una donna decide di abbandonare il marito, la donna verrà abbandonata dalla sua famiglia, tranne casi eccezionali di famiglie con una cultura più modernizzata e meno religiosa; se ci sono dei figli, nella maggiore parte dei casi queste decidono di restare col marito, affrontando anche qualunque tipo di abuso”.

Il centro, combattendo contro la diffidenza e le regole ferree che questa società molto religiosa e conservatrice fa fatica ad abbandonare, si occupa anche di donne recluse nei carceri per motivi politici, le quali hanno bisogno di supporto legale, economico e psicologico, soprattutto se hanno dei figli con se.

Il centro si occupa anche di assistere le donne con labilità psicologiche causate dalla guerra e l’occupazione e  di promuovere una maggiore partecipazione attiva delle donne nella vita politica della striscia puntando a dei cambiamenti sociali più profondi, invece scoraggiati dal potere dominante, culturale, politico e religioso.

-”Il governo sostiene che il nostro lavoro sia inutile, perché le donne hanno già i loro diritti e sono scritti nei testi sacri, le famiglie delle donne che vengono qui invece pensano che queste cerchino di rubare dei diritti che non meritano”- continua Taghriid.

Alla fine dell’intervista Taghriid ci mostra i lavori di artigianato che producono le donne del comitato, splendidi ricami tradizionali tra cui spicca una sciarpa nera con ricamata in rosso la faccia del Che Guevara, ci regala dei braccialetti con i colori della Palestina e ci salutiamo per andare con Maher allo Youth Commettees Union, un altro comitato formato dai giovani del PFLP (Popular Front of the Liberation of palestine). Qui facciamo una breve intervista con il presidente che ci parla dei problemi dei giovani senza mai sbilanciarsi troppo. Finalmente ci rilassiamo e possiamo assistere ad una dimostrazione di Dabka, la danza tradizionale palestinese diffusa anche in Libano, Siria ed Iraq, il cui nome significa battere i piedi per terra (dal verbo arabo yadbuk). Questa danza ora è vietata in pubblico alle donne, ovunque tranne che in questo centro, grazie ad un gruppo di giovani che non vogliono perdere il legame con le loro tradizioni e che con vero entusiasmo ci mostrano un bellissimo spettacolo, nonostante la crisi energetica comportasse che non ci fosse elettricità e che la musica venisse riprodotta con un telefono cellulare amplificato con un cono di cartone.

Quando pensiamo che gli incontri siano terminati conosciamo il presidente dell’associazione palestinese dei pescatori un uomo gentile e affabile, molto amico di Vittorio Arrigoni, come tanti qui. Ci racconta la realtà della sua gente, le difficoltà dei pescatori e la miseria alla quale l’occupazione li ha condotti.

-”Tutto quello che senti, se esci in mare, sono gli spari. Israele forza i pescatori a rispettare un limite massimo di 3 miglia dalla costa, ma già quando i pescatori raggiungono le 2,5 miglia gli israeliani cominciano a sparare per scoraggiarli ad arrivare al limite. Questo per i palestinesi significa restare a 2 miglia dalla costa, dove non c’è pesce.

Parliamo di 3500 pescatori, ognuno con famiglie di 5 o 7 persone e Israele, definendo le 3 miglia come un limite di sicurezza, attua in realtà una punizione collettiva sulla povera gente perché come contraddizione permette ai palestinesi di recarsi nelle acque egiziane o israeliane per comprare pesce e tornare a venderlo Gaza. Israele in questo modo forza le famiglie a lasciare il loro mestiere di pescatori e a divenire commercianti di pesce fresco egiziano o surgelato israeliano, spesso proveniente da territori occupati in Israele.

Alle volte i pescatori vengono uccisi o feriti, altre volte le loro barche vengono confiscate, portate in Israele e mai restituite. La tragedia è che i pescatori spesso chiedono dei prestiti per comprare delle barche e dopo pochissimo tempo le perdono assieme al loro lavoro, che culturalmente può essere solo in mare”.-

Siamo a Gaza da 5 giorni e diviene sempre più interessante conoscere le storie della gente, quella più e quella meno povera. Tutti hanno una grande consapevolezza politica e dell’occupazione e la vita di tutti i giorni viene inevitabilmente influenzata dalla presenza dietro al muro dell’esercito israeliano che tiene in scacco tutto, anche i pensieri, la fantasia e la possibilità di esprimersi dei giovani.

QUARTO GIORNO A GAZA

Sveglia quasi all’alba, dopo poche ore di sonno e con ancora in testa le ultime parole scritte ieri notte. Assieme agli attivisti di International Solidarity Movement (ISM) ci rechiamo al villaggio di Khuza’a per fare accompagnamento ai contadini che raccolgono il grano nei loro campi adiacenti alla buffer zone.
Questa zona è la più bella e pericolosa di Gaza e fino al 2005 era abitata solo da coloni, circa 8000 suddivisi in 21 insediamenti, i quali venivano protetti da circa 30.000 forze militari e diversi check point . Quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di evacuare forzatamente tutti i coloni, nessun palestinese poteva accedere quest’area per ragioni di sicurezza.
Oggi vivono qui quasi 10.000 palestinesi e il villaggio si trova a meno di 500 metri dal confine con Israele. Il primo giorno della raccolta del grano i soldati israeliani, sparando in direzione dei contadini, hanno ferito un uomo, il secondo giorno una donna. Dal terzo giorno i volontari dell’I.S.M. accompagnano i contadini al lavoro con l’intento di far fermare il fuoco, armati di giubottini fluorescenti, telecamere e megafono.

Arriviamo sul campo verso le 7 del mattino e come in ogni momento di aggregazione palestinese c’è tanto da mangiare, del caffè, del te e dell’acqua, sorrisi a volontà e voglia di scherzare. Ci vestiamo e ci dividiamo in due gruppi per poter coprire un area più grande del campo. I contadini sono tutti accovacciati e lavorano velocissimi.
Il confine e la buffer zone sono li davanti a noi, per la prima volta, reali davanti ai nostri occhi.

Alle 8:30 vediamo tre jeep militari avvicinarsi ad una torretta e altre tre andarsene. Poi la quiete e all’improvviso gli spari. Uno, due, tre, ancora e ancora. << Stop shooting, you are shooting on innocent farmers, do you know that? They are simply trying to harvest their fields, this is their land, is not the buffer zone! >> viene urlato al megafono da un volontario di ISM.

Gli spari cessano un minuto e poi riprendono. Se ci pensi quando sei a casa credi che sia folle andare così vicino alla morte, andarle in contro per difendere il destino di altri. Ma quando sei qui capisci che questo può dare coraggio e forza ai contadini, ma non garantire del tutto la loro sicurezza. Ti rendi conto che per qualcuno la tua vita non ha lo stesso valore della vita dei contadini.
E quando gli spari continuavano senza interrompersi abbiamo cominciato a chiederci come un uomo possa giocare così con l’esistenza e la paura degli altri. Come possa un uomo armato guardare un altro uomo innocente e disarmato nel mirino del suo fucile e sparare, senza un vero fine militare o strategico, se non quello di terrorizzare e reprimere. Incomprensibile ed inumano.
Alle 9:45 il nostro lavoro è finito. I contadini raccolgono parte del grano racchiuso in fascine e lo caricano sui carretti trainati da asini. Durante un breve tour per il villaggio di Khuza’a notiamo quanto vicino è il confine con il villaggio, al punto che alle volte gli spari colpiscono target a caso come le scuole, le case, o peggio persone.
Poco dopo veniamo accolti nella casa di una famiglia di contadini e anche stavolta la tensione, il senso dell’occupazione viene spazzata via dai modi della gente. Così ritorniamo a pensare al nostro progetto e cerchiamo di raccogliere alcune interviste che ci servono per capire e conoscere questa terra e questo popolo. Intervistiamo l’uomo più anziano che era nei campi, che ha nove figli ognuno dei quali ha 5 figli, ognuno dei quali ha anch’esso in media 5 figli. << Sono i figli che facciamo per la Palestina, non per noi.>> ci dice il vecchio. La donna ferita alla tempia ci fa capire che senza gli internazionali per i contadini di Khuza’a è troppo pericoloso andare nei campi a coltivare e molte volte sono costretti a perdere i loro raccolti per salvarsi la vita. << Il pane che mangerete qui, lo facciamo col grano che raccogliamo in quel campo, e se non ci siete voi noi non mangiamo il pane >>. All’improvviso dietro di noi viene imbandita una tavola per tutti come fosse grande festa, con insalate, zucchine e patate fritte, yogurth, riso abbellito come una torta, dawali (foglie di vite ripiene di riso), Molokia (salsa di chissà quale verdura), succo fresco di fragole e pane, tanto pane.