[MoviengToGaza] Corrispondenza audio dalla buffer-zone

Mercoledi 2 maggio, Gaza.
Questa che segue è una corrispondenza di 5 minuti: vi raccontiamo dell’attacco dell’esercito israeliano contro contadini palestinesi disarmati ed internazionali.
Le incursioni dell’esercito isareliano nella cosidetta “buffer zone” (territorio palestinese al confine con quello israeliano che viene di fatto controllato da quest’ultimi) mirano a impedire ai contadini palestinesi di coltivare le loro terre. In questo modo si aggravano le condizioni di indigenza di un popolo già costretto a forti sacrifici per via dell’embargo.

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[Palestina] [Diario di bordo] Decimo giorno a Gaza

Gaza non finisce di sorprendere. Nella nostra ricerca di luoghi e situazioni e attrezzature che ci serviranno per realizzare il nostro film, oggi ci rechiamo agli studi cinematografici Asdaa Town in Khan Younis, a sud della striscia.

Solo dopo un tour di tre ore scopriremo che gli studi non esistono e che in realtà vi sono solo delle dune che circondano l’area dove è stato girato un unico film, dopo il 2007.

Al posto degli studi vi è un allevamento ittico per pesci di acqua dolce, dove ogni giorno vengono prodotti 300 chili di pesce da vendere al mercato di Khan younis e l’acqua dolce che eccede per produzione viene utilizzata per l’irrigazione dei campi limitrofi.

Per precisare, l’area in cui sorge Asdaa Town fino al 2005 era un insediamento israeliano a cui i palestinesi per 40 anni non hanno potuto accedere, nonostante sia la zona più verde e splendida di tutta la striscia.

Il responsabile delle pubbliche relazioni ci spiega che l’allevamento ittico è anche un modo di rispondere all’embargo israeliano che vieta ai pescatori di spingersi con le loro barche per pescare oltre le 3 miglia dalla costa, nonostante gli accordi internazionali presi a Oslo nel 1993 prevedessero questo confine delle acque palestinese a 20 miglia dalla costa.

Nell’aerea adiacente, per rispondere alla richiesta della popolazione di avere un area verde in cui famiglie e scolaresche possano recarsi a svagarsi un po’, sorge un zoo, forse di grande interesse per i bambini e le loro famiglie ma ai nostri occhi una prigione nella prigione, in cui poveri animali rubati alla loro natura, vengono tenuti soli, in una triste cattività.

Forse questo ci parla della natura dell’uomo più di tanti discorsi e della sua sadica capacità di trovare un sottile piacere sadico nell’applicare una coercizione su esseri viventi percepiti come inferiori.

L’altra parte dell’area è uno splendido Acqua Park, con una immensa piscina per noi anch’essa icona di una società con regole difficile da comprendere. Solo uomini e bambini possono accedere all’acqua perché alle donne non è permesso per ragioni di pudore spogliarsi né immergersi vestite. Noi veniamo da un contesto così diverso e ci viene normale fare confronti e vedere tutto quello che è lontano da noi come delle privazioni forzate, ma non sappiamo e non capiamo se sono le donne le prime a desiderare questo e forse sono le prime che al momento non si sentirebbero a loro agio in piscina in bikini. La cultura ha i suoi meccanismi interni, che qui sono mossi anche da tante dinamiche esterne al paese. Di certo noi occidentali rappresentiamo una grande attrazione per tutte le donne che ci incontrano e appena possibile si avvicinano e cercano di conoscerci e poi, al primo scambio di parole, intimidite ed ingenue ridacchiano.

Sempre a Khan younis andiamo a incontrare i ragazzi che praticano il Parkour, gli stessi che alcuni mesi fa sono stati in Italia per scambiare saperi e idee con i team di Bologna, Roma, Palermo, Bergamo e Milano.

Poco più che ventenni hanno appreso da soli guardando dei video on -line trucchi e segreti che solo i migliori atleti sanno performare. Allenandosi con enorme coraggio non in palestre attrezzate ma sulle dune del deserto o fra le strettissime vie del quartiere, con la determinazione di giovani che saltando da un palazzo all’altro vogliono rompere le barriere fisiche e mentali che l’occupazione gli impone.

http://www.youtube.com/watch?v=ecSE2s9ijWc

[Palestina] [Diario di bordo] QUINTO GIORNO A GAZA

Anche oggi ci svegliamo all’alba per andare ad accompagnare i contadini sui campi per il raccolto insieme ai volontari dell’International Solidarity Movement, Nathan, Johnny e Rosa.

Arrivati a Khuza’a troviamo una troupe della televisione universitaria Book TV, venuta a fare un servizio sugli stranieri che vivono a Gaza e si impegnano per aiutare la popolazione contro le ingiustizie che subiscono e forse grazie alla loro presenza, o al fatto che oggi in Israele è festa, quando i militari israeliani arrivano con le loro jeep sul confine decidono di non sparare e lasciano i contadini lavorare in pace fino alle 10, ora in cui è il sole, troppo cocente, a porre termine al lavoro.

Rientrati a Gaza ancora assonnati Maher, giovane guida gazawi e buon amico, ci porta a visitare il Palestinian Womens Committees Union, un comitato femminile che si occupa di  assistere ed educare le donne. Qui abbiamo la fortuna di intervistare Taghriid Jomà la coordinatrice del centro che ci spiega quali sono i vari tipi di problemi con cui le donne si devono confrontare in questa società, come la violenza domestica, psicologica e fisica, in una cultura dominata principalmente dalla figura maschile.

Il lavoro in questi casi consiste principalmente nell’aiutare le donne a raggiungere l’indipendenza economica, molto difficile da ottenere in questa società ed alla base dell’emancipazione culturale.

-”Se le donne non ottengono l’indipendenza economica”, ci dice la coordinatrice,  ”non riescono a liberarsi dalle violenze subite in casa dal marito, dai familiari, o dalla società, perché non possono abbandonare tali case. Se una donna decide di abbandonare il marito, la donna verrà abbandonata dalla sua famiglia, tranne casi eccezionali di famiglie con una cultura più modernizzata e meno religiosa; se ci sono dei figli, nella maggiore parte dei casi queste decidono di restare col marito, affrontando anche qualunque tipo di abuso”.

Il centro, combattendo contro la diffidenza e le regole ferree che questa società molto religiosa e conservatrice fa fatica ad abbandonare, si occupa anche di donne recluse nei carceri per motivi politici, le quali hanno bisogno di supporto legale, economico e psicologico, soprattutto se hanno dei figli con se.

Il centro si occupa anche di assistere le donne con labilità psicologiche causate dalla guerra e l’occupazione e  di promuovere una maggiore partecipazione attiva delle donne nella vita politica della striscia puntando a dei cambiamenti sociali più profondi, invece scoraggiati dal potere dominante, culturale, politico e religioso.

-”Il governo sostiene che il nostro lavoro sia inutile, perché le donne hanno già i loro diritti e sono scritti nei testi sacri, le famiglie delle donne che vengono qui invece pensano che queste cerchino di rubare dei diritti che non meritano”- continua Taghriid.

Alla fine dell’intervista Taghriid ci mostra i lavori di artigianato che producono le donne del comitato, splendidi ricami tradizionali tra cui spicca una sciarpa nera con ricamata in rosso la faccia del Che Guevara, ci regala dei braccialetti con i colori della Palestina e ci salutiamo per andare con Maher allo Youth Commettees Union, un altro comitato formato dai giovani del PFLP (Popular Front of the Liberation of palestine). Qui facciamo una breve intervista con il presidente che ci parla dei problemi dei giovani senza mai sbilanciarsi troppo. Finalmente ci rilassiamo e possiamo assistere ad una dimostrazione di Dabka, la danza tradizionale palestinese diffusa anche in Libano, Siria ed Iraq, il cui nome significa battere i piedi per terra (dal verbo arabo yadbuk). Questa danza ora è vietata in pubblico alle donne, ovunque tranne che in questo centro, grazie ad un gruppo di giovani che non vogliono perdere il legame con le loro tradizioni e che con vero entusiasmo ci mostrano un bellissimo spettacolo, nonostante la crisi energetica comportasse che non ci fosse elettricità e che la musica venisse riprodotta con un telefono cellulare amplificato con un cono di cartone.

Quando pensiamo che gli incontri siano terminati conosciamo il presidente dell’associazione palestinese dei pescatori un uomo gentile e affabile, molto amico di Vittorio Arrigoni, come tanti qui. Ci racconta la realtà della sua gente, le difficoltà dei pescatori e la miseria alla quale l’occupazione li ha condotti.

-”Tutto quello che senti, se esci in mare, sono gli spari. Israele forza i pescatori a rispettare un limite massimo di 3 miglia dalla costa, ma già quando i pescatori raggiungono le 2,5 miglia gli israeliani cominciano a sparare per scoraggiarli ad arrivare al limite. Questo per i palestinesi significa restare a 2 miglia dalla costa, dove non c’è pesce.

Parliamo di 3500 pescatori, ognuno con famiglie di 5 o 7 persone e Israele, definendo le 3 miglia come un limite di sicurezza, attua in realtà una punizione collettiva sulla povera gente perché come contraddizione permette ai palestinesi di recarsi nelle acque egiziane o israeliane per comprare pesce e tornare a venderlo Gaza. Israele in questo modo forza le famiglie a lasciare il loro mestiere di pescatori e a divenire commercianti di pesce fresco egiziano o surgelato israeliano, spesso proveniente da territori occupati in Israele.

Alle volte i pescatori vengono uccisi o feriti, altre volte le loro barche vengono confiscate, portate in Israele e mai restituite. La tragedia è che i pescatori spesso chiedono dei prestiti per comprare delle barche e dopo pochissimo tempo le perdono assieme al loro lavoro, che culturalmente può essere solo in mare”.-

Siamo a Gaza da 5 giorni e diviene sempre più interessante conoscere le storie della gente, quella più e quella meno povera. Tutti hanno una grande consapevolezza politica e dell’occupazione e la vita di tutti i giorni viene inevitabilmente influenzata dalla presenza dietro al muro dell’esercito israeliano che tiene in scacco tutto, anche i pensieri, la fantasia e la possibilità di esprimersi dei giovani.

QUARTO GIORNO A GAZA

Sveglia quasi all’alba, dopo poche ore di sonno e con ancora in testa le ultime parole scritte ieri notte. Assieme agli attivisti di International Solidarity Movement (ISM) ci rechiamo al villaggio di Khuza’a per fare accompagnamento ai contadini che raccolgono il grano nei loro campi adiacenti alla buffer zone.
Questa zona è la più bella e pericolosa di Gaza e fino al 2005 era abitata solo da coloni, circa 8000 suddivisi in 21 insediamenti, i quali venivano protetti da circa 30.000 forze militari e diversi check point . Quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di evacuare forzatamente tutti i coloni, nessun palestinese poteva accedere quest’area per ragioni di sicurezza.
Oggi vivono qui quasi 10.000 palestinesi e il villaggio si trova a meno di 500 metri dal confine con Israele. Il primo giorno della raccolta del grano i soldati israeliani, sparando in direzione dei contadini, hanno ferito un uomo, il secondo giorno una donna. Dal terzo giorno i volontari dell’I.S.M. accompagnano i contadini al lavoro con l’intento di far fermare il fuoco, armati di giubottini fluorescenti, telecamere e megafono.

Arriviamo sul campo verso le 7 del mattino e come in ogni momento di aggregazione palestinese c’è tanto da mangiare, del caffè, del te e dell’acqua, sorrisi a volontà e voglia di scherzare. Ci vestiamo e ci dividiamo in due gruppi per poter coprire un area più grande del campo. I contadini sono tutti accovacciati e lavorano velocissimi.
Il confine e la buffer zone sono li davanti a noi, per la prima volta, reali davanti ai nostri occhi.

Alle 8:30 vediamo tre jeep militari avvicinarsi ad una torretta e altre tre andarsene. Poi la quiete e all’improvviso gli spari. Uno, due, tre, ancora e ancora. << Stop shooting, you are shooting on innocent farmers, do you know that? They are simply trying to harvest their fields, this is their land, is not the buffer zone! >> viene urlato al megafono da un volontario di ISM.

Gli spari cessano un minuto e poi riprendono. Se ci pensi quando sei a casa credi che sia folle andare così vicino alla morte, andarle in contro per difendere il destino di altri. Ma quando sei qui capisci che questo può dare coraggio e forza ai contadini, ma non garantire del tutto la loro sicurezza. Ti rendi conto che per qualcuno la tua vita non ha lo stesso valore della vita dei contadini.
E quando gli spari continuavano senza interrompersi abbiamo cominciato a chiederci come un uomo possa giocare così con l’esistenza e la paura degli altri. Come possa un uomo armato guardare un altro uomo innocente e disarmato nel mirino del suo fucile e sparare, senza un vero fine militare o strategico, se non quello di terrorizzare e reprimere. Incomprensibile ed inumano.
Alle 9:45 il nostro lavoro è finito. I contadini raccolgono parte del grano racchiuso in fascine e lo caricano sui carretti trainati da asini. Durante un breve tour per il villaggio di Khuza’a notiamo quanto vicino è il confine con il villaggio, al punto che alle volte gli spari colpiscono target a caso come le scuole, le case, o peggio persone.
Poco dopo veniamo accolti nella casa di una famiglia di contadini e anche stavolta la tensione, il senso dell’occupazione viene spazzata via dai modi della gente. Così ritorniamo a pensare al nostro progetto e cerchiamo di raccogliere alcune interviste che ci servono per capire e conoscere questa terra e questo popolo. Intervistiamo l’uomo più anziano che era nei campi, che ha nove figli ognuno dei quali ha 5 figli, ognuno dei quali ha anch’esso in media 5 figli. << Sono i figli che facciamo per la Palestina, non per noi.>> ci dice il vecchio. La donna ferita alla tempia ci fa capire che senza gli internazionali per i contadini di Khuza’a è troppo pericoloso andare nei campi a coltivare e molte volte sono costretti a perdere i loro raccolti per salvarsi la vita. << Il pane che mangerete qui, lo facciamo col grano che raccogliamo in quel campo, e se non ci siete voi noi non mangiamo il pane >>. All’improvviso dietro di noi viene imbandita una tavola per tutti come fosse grande festa, con insalate, zucchine e patate fritte, yogurth, riso abbellito come una torta, dawali (foglie di vite ripiene di riso), Molokia (salsa di chissà quale verdura), succo fresco di fragole e pane, tanto pane.

SECONDO GIORNO AL CAIRO

Questa città in così poche ore è già sorprendente, t’avvolge, ti investe, ti accalappia, strombazza e sorride.
Corre ed è immensa.
Di gorno è tutta beige, di notte è coloratissima.

Questa mattina nelle ore più fresche abbiamo ritirato alle ambasciate italiana e croata i nostri permessi, trascritti anche in arabo. Viktor ha dovuto sborsare 30 euro, per noi era gratis ed hanno già informato il consolato generale Italiano a Gerusalemme, nella persona di Roberto Storaci del nostro ingresso a Gaza.

Quando il sole era bello alto, ma mitigato da una densa cotre di smog e dal Khamaseen, un forte vento proveniente dal deserto, detto anche vento dei 50 giorni, che quando soffia porta con se la sabbia, siamo stati al Mogamma, gli affari esteri egizi su piazza Tahrir e li ho capito cosa significhi essrere al Cairo,un punto fermo in mezzo ad un crocevia di etnie, la massima disorganizzazione burocratica, uffici super affollati, nessuna insegna e ognuno che ti dice una cosa diversa..
Ieri ci avevano detto che rientrare in Egitto con la Visa scaduta può costare anche 150 US dollars. Oggi invece ci hanno sconsigliato di procedere alla richiesta perchè richiederebbe anche 10 gg ottenere una re-entry visa e comunque rientrare costerà 15 euro, come quando si arriva in aereoporto la prima volta.

La questione burocratica quindi è stata anche troppo facile, ma tutti continuano a dirci che non è affatto scontato che ci lascino passare, o che in ognuno dei ceck point possono farci dei problemi o che possono volerci dei giorni.
Oggi abbiamo conosciuto Marina, coperante che ha vissuto 4 anni in Palestina e abbiamo sentito un suo amico, Mohamed, originario del Sinai che ha alcuni amici a cui chiedere di guidarci a Rafah. Lui quella strada l’ha fatta tante volte e dice che se non ci sono intoppi ci vogliono 4 ore, ma potrebbero esserci blocchi dei beduini o da parte dei militari più ostinati. Ci siamo lasciati 1 ora fa con l’idea di risentirci domani dopo aver parlato coi suoi amici. Il prezzo dal suo punto di vista sarà sui 200 pound, ovvero 26 euro.

Purtroppo la news dell’ultima mezzora è che i beduini hanno attaccato un ceck point tra il canale di Suez e L arish, proprio sulla nostra rotta e ora li c’è un pò di tensione (sicuro non si stanno sfidando a ruba bandiera), che normalmente svanisce in un paio di giorni …quindi Mohamed ci ha chiamato per dirci che forse è meglio non partire sabato, ma rimandare a domenica o lunedì..comunque domani ci risentiamo per aggiornamenti.

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TERZO GIORNO A GAZA

Partire col progetto Moviengtogaza significa cominciare  a conoscere Gaza, non più attraverso gli scritti e i filmati di altri ma coi propri occhi e le proprie emozioni, consapevoli degli eventi che hanno denotato la storia di questa striscia di terra,  sotto occupazione e strangolata dall’esterno e dall’interno.

La prima escursione di oggi la facciamo accompagnati da un video maker gazawi al centro di Gaza city, la vecchia città, popolata fin dal quindicesimo secolo a.C.

Vediamo il mercato, i luoghi di culto, i vicoli stretti e malconci. Siamo nel cuore della città e della sue tradizioni sotto un sole cocente. Vik  ha le maniche arrotolate  e  subito sente gli occhi addosso, in particolare sul tatuaggio e due uomini che parlottano e indicano. Solo alla sera scopriremo che il corano vieta di modificare il proprio corpo, perché non appartiene agli uomini ma ad Allah e la legge impedisce ai palestinesi di mostrare questo tipo di segni indelebili, cosa che anni fa era totalmente contemplata e permessa.

Il cibo è invitante e profumato; formaggi, spezie, olive, diversi te e piante aromatiche. Qui ogni frutta ed ortaggio ha il sapore che i nostri super mercati ci hanno fatto dimenticare.

Ci muoviamo fra vie strettissime, destra, sinistra e siamo davanti ad uno spiazzo enorme, di sabbia, con alcuni ruderi al centro e svariati buchi. La vecchia prigione  e stazione di polizia, bombardata nell’ultima guerra ben 15 volte, coi detenuti al suo interno.

La prossima visita è all’associazione Shababik Gaza, o finestre su Gaza, un’associazione che si finanzia attraverso il ministero della cultura e il supporto di progetti internazionali che attraverso il lavoro di volontari cerca di dare supporto e spazio agli artisti di Gaza, attraverso corsi, esposizioni, eventi e partecipando al network delle realtà culturali della Striscia.  Vi partecipano fotografi, pittori, video maker e cerca di dare spazio a talenti che altrimenti rimarrebbero inespressi. Il coordinatore ci spiega che essere un artista oggi a Gaza non è cosa semplice. A  causa dell’occupazione, della crisi energetica e dell’orientamento fortemente religioso del potere politico che influisce sulla libertà di espressione e sui codici del linguaggio. -“Rappresentare un corpo, vestito o nudo, o un volto è possibile solo se non lo si vuole mostrare pubblicamente, se rimane un lavoro privato di studio. Per non finire  in contrasto con l’autorità bisogna cercare un metodo di rappresentazione non diretto, come con l’arte astratta” ci spiega il coordinatore del centro.

A Gaza le coincidenze paiono perfette e mentre ci intratteniamo ad intervistare la direttrice del centro, attivissima nel lavoro coi bambini che ci spiega un po’ l’evoluzione dei movimenti giovanili degli ultimi anni conosciamo anche una giovanissima regista di cinema drammatico, dell’università di Gaza con la quale ci incontreremo nei prossimi giorni per discutere il nostro progetto.

Dopo il centro Shababik Gaza andiamo all’inaugurazione di un ristorante dedicato a Vittorio dove ci viene offerta una cucina fusion italo-palestinese.

Lì abbiamo l’occasione di incontrare finalmente molti internazionali e compagni palestinesi che lavorano a Gaza nell’ambito di vari Centri per i diritti umani e Centri giovanili ed artistici.

All’improvviso, dopo il buffet, veniamo piacevolmente sorpresi da un gruppo di ragazzi del quartiere che per caso stava facendo acrobazie di ogni genere al di là della strada: figure di breakdance, un accenno di parkur, salti mortali all’indietro, e per finire una difficilissima serie di ruote e flicks degne del miglior Yuri Keki nel bel mezzo di un’incrocio trafficato…

Questa è la Gaza delle nuove generazioni: vogliosa di liberare e praticare col proprio corpo, bisognosa di esprimersi non solo con la lotta politica strettamente intesa. Rischiando con pratiche e danze estreme in un luogo dove la parola ‘estremo’ perde di qualsiasi significato. Quasi ad urlare la loro voglia di decidere quale rischio correre, essere coscienti dei loro corpi.

Torniamo a casa insieme ai ragazzi e ragazze incontrati durante la giornata per un breve scambio di idee sul nostro progetto filmico, come strutturarlo, di cosa parlare, la fattibilità etc..

Troviamo un gruppo molto interessato a partecipare, attento ed attivo: chi scrive, chi fotografa, chi semplicemente milita. Ma ognuno voglioso di confrontarsi e discutere sulla società in cui vive, affrontando anche temi difficili e tabù che la società gazawi contemporanea vorrebbe cancellare.

‘Buttiamo giù’ qualche idea di tematiche interessanti da sviluppare e il discorso si sofferma sul fatto che fra la gioventù di Gaza esistono molti lost talents, talenti mancati, che per difficoltà nello studiare, presi da lavoro, famiglie numerose e bombardamenti, confinati nella libertà di movimento, non saranno mai famosi professionisti e campioni che il mondo intero potrebbe apprezzare. Subito si accende un dibattito sul perché ciò accada, sulla responsabilità che la società gazawi ha nel permettere che questi talenti vengano ‘persi’ fra le strade di Gaza City.

Ci troviamo quindi ad andare al di là della discussione su un progetto filmico, arrivando a discorsi esistenzialisti estremamente profondi. Finiamo per confrontarci in uno scambio interculturale notevole, a qualsiasi livello: sociale e politico, ma anche intimo ed umano.

Un’intimità ed umanità che spesso le tirannidi benpensanti reprimono e sanciscono, anche nell’intento di cancellare quella memoria storica che potrebbe essere arma di dissenso.

Ma questi ragazzi, la gioventù di Gaza, vuole ricordare questa memoria storica, vuole ritrovare la sua intimità, vuole ottenere la libertà che ogni essere umano rincorre e che qui più che mai ha senso ottenere.

Qui a Gaza. Non altrove, costretti ad emigrare in un altro paese.

La libertà molti di loro la vogliono nella loro casa perché ora più che mai andarsene sarebbe perdere la loro casa.

MOVIENG TO GAZA

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18.4.2012 CAIRO

The stewardess is informing us that we will arrive in 10 minutes and to fasten our seat belts. I look excited out of the window to see from above how this big metropolis appears under my eyes, but I can´t get a clear sight of it. No, it´s not the actual political situation of the Arab Republic of Egypt after the revolution beginning in 2011 and still ongoing, which caused a great stir in this never-ending big city of Cairo, but a soft sandstorm which let us discover the sun as a weak shining point in the sky.

Outside the airport we enter a Taxi to bring us to the centre of Cairo, close to Tahir Square, where 846 people during the “Arab Spring” died and more than 2000 have been injured, to meet our friend to bring our stuff to his home. During our ride in the taxi, enjoying to feed my brain with pictures of a new and typical arab city, i recognised that Cairo is not so rich as i read in many articles about the economic situation in this country during my researches in the internet. As in many other countries egyptian politicians don´t run state finances responsibly and equitable distribution of state income is undermined by flourishing corruption. The last elections brought an atypical result for a democratic country. Impressed by worldwide broadcasted videos of encouraged people fighting for their freedom in the Tahir Square, many westeuropean countries could not understand that mostly religious, the Muslim Brotherhood with about 50% or radical islamic parties as the Salafists with about 25% won the elections. Noticing the poor periphery outside of cairo, i can understand that many egyptians are not really satisfied with their daily lives wishing back the “Iron Fist” policy of Ex-President Hosni Mubarak. The situation is stabile, underlines our friend, but the land is still in chaos. In Sinai, where we have to pass to reach Gaza, beduines are robbing and hijacking people, trying to exchange them for lost territory and influence or imprisoned relatives in this region. The place around the Parliament is full of militaries and soldiers, guarding checkpoints built up with big stones and spiny fences. In the middle of the Tahir Square are still tents which are standing there since the first day of the revolution. All these observations seem to give us the right to assume that the country is not ready for a modern democratic country with hopefully respected human rights, but at the same time asocial capitalistic-lead policy.

The buildings in the periphery don´t look like the one i usually see in Europe. Patterning the mostly brown small skyscrapers and the burning stinky rubbish in the outlying streets of cairo, we finally arrive at the meeting point of our friend to take the metro. In Cairo it is better to watch out when you cross streets or walk in crowded places. There are no rules, but it seems to work as well as in other, often north european countries, where passengers are shouting to call the police if you don´t respect the traffic lights. However in the mostly overcrowded metro, some passengers gave us their seats, speaking very friendly english and showing social and welcoming gestures.

Before i go to sleep i think much about Vittorio Arrigoni associated with the gains at the last elections the Salafists made and which are raising up in me a sort of rage. Vittorio, an activist who never felt fear to escort repressed people, to document it and inform the whole world what is going on in forgotten and ignored regions on this earth, in regions, which never had a voice to tell the truth, didn´t diserve to loose his life. Vittorio, my namesake, we will keep you and your wonderful social heart in our minds. I have to realize that my anger for the Salafists will not change anything, but i want, as you and many other activists did and do still, to continue to inform and sensibilize the world for social problems.

vik
still stay human

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LASCIATEVI TENTARE…

BERLINO EST 13 MARZO 2012.

Esco di casa in una di quelle giornate uggiose e frizzatine che solo la primavera dell’est ti può regalare. Esco perché la casa mi va stretta. Non riesco a sopportare quelle quattro mura. Passo le giornate ad ascoltare, cercare, leggere di Gaza. Da stamattina non faccio altro, non ci riesco.

Abbiamo progettato il viaggio a Gaza da troppo tempo e mi sento ormai con la testa lì, dove bombardano senza sosta. E oggi l’ennesima volta.
25 morti. 85 feriti.
Numeri. Solo numeri.
E nessuno dice mai chi sono quei numeri quasi non fossero persone ma solo statistiche. Statistiche di una guerra senza fine dove chi muore non è quasi mai chi quella guerra la vuole.
Allora esco perché sennò scoppio.

Vado verso la fermata della metro. Lungo la strada vedo affisso un grande manifesto che pubblicizza le vacanze in Israele. Fra foto di chiese sacre e paesaggi d’incanto una scritta a caratteri dorati dice ‘Lasciatevi tentare!’ Faccio una foto. Mi ferma una signora.

-Vuoi andare in vacanza a Israele? Sai io sono israeliana.
-No. Pensavo alle 25 persone uccise a Gaza in questi giorni.
-Si lo so. Lì c’è una guerra. Io sono qui perché non voglio vivere in uno stato che è sempre in guerra… sai non è facile essere israeliana… neanche a Berlino.

La invito a prendere un caffè in un piccolo bar-cinema vicino a casa.

-Parli un italiano perfetto.
-I miei genitori sono di origine polacca. Mi hanno portato a Tel Aviv quando ero ragazzina. Non sapevamo, nessuno sapeva dove stavamo andando. Mi hanno costretta a fare pure il servizio di leva. Tre anni della mia vita buttati via. Poi sono andata a studiare in Italia. Mi sono trovata malissimo. Mi sono accorta di essere ebrea in Italia. La prossima settimana devo tornare in Israele, il mio visto scade. Non è facile ottenere il visto… vogliono che stiamo lì.

Mentre parla penso a quel cartellone pubblicitario. Lasciatevi tentare!
Lei si è fatta tentare da questa terra promessa fatta di inganni e finta pace. Ed ora si ritrova prigioniera di un incubo. Un brutto sogno che l’ha trasformata in soldata. In quel tipo di orribile persona che spara ai bambini e che entra nelle case delle donne velate di notte. Senza sapere dove e perché.
Entrata in un faustiano patto col diavolo dal quale non può uscire, prigioniera di un paese che non vuole. Un numero. Anche lei un numero.
Le spiego del nostro progetto, un film a Gaza.

-Non ci sono mai stata… a noi non è permesso. Conosco tanti palestinesi che vivono in Israele. Alcuni hanno fatto fortuna ed altri vivono davvero in miseria.
-Hanno fatto fortuna?
-Grandi case, macchine di lusso, tanti figli. C’è chi ci guadagna con il muro! Io non sono una giornalista ma certe cose si vedono. In fondo tutti cercano di far fortuna con qualcosa…

Avrei voluto parlare di più, ma se ne deve andare. Non conosco neanche il suo nome.
Non conosco il suo nome come non conosco quello dei 27 bambini feriti negli oltre 37 raid aerei che hanno colpito la Striscia di Gaza in questi ultimi 4 giorni.
Arrivo alla stazione della metro ed anche lì mi aspetta un altro cartello che invita alle vacanze nella terra promessa.

Prendo la metro fino ad Alexanderplatz e vedo solo cartelloni pubblicitari, grossi centri commerciali, enormi palazzetti dello sport per grossi eventi e concerti.. tutto attorno a me sembra dirmi ‘lasciati tentare’. Lasciati tentare a credere che vada tutto bene, che non ci siano bombe, che non ci siano morti, che non ci siano crisi, che ci siano posti come Gaza…
Questo piccolo mondo ormai semi-dorato fa certo cadere in tentazione. Basta spegnere televisione e radio e non ascoltare. Basta restare qui, lontano da tutto, dove la guerra è un racconto per spaventare i bambini e il pericolo sembra impercettibile e sfuggevole. Dove nulla è impossbile perchè tutto è comprabile e vendibile. Dove tutto è un codice a barre. Un numero.
E vorrei esseri lì dove le persone ancora lottano, dove ancora si parla di rivoluzione.
E vorrei avere il coraggio di Patrick Mc Goohan in The prisoner, dove un esperimento lo rende prigioniero di un’isola, riducendolo ad essere ‘numero 6’, correre verso la morte urlando: NON SONO UN NUMERO, SONO UN ESSERE LIBERO!

Intro alla storia del cinema palestinese

Inauguriamo con questo articolo una sezione che tenterà di raccontare la storia e il presente  del cinema palestinese.
Abbiamo pensato che fosse interessante, visto che stiamo come Movi(e)ngtoGaza stiamo andando a girare un film insieme ai palestinesi, parlare di un cinema sconosciuto come questo, vittima di un embargo che non è solo economico ma sopratutto culturale. Iniziamo questa raccolta di articoli con uno scritto tratto da “Il cinema dei Paesi Arabi” Venezia – MARSILIO – 1993 – scritto daAndrea Morini, Erfan Rashid, Anna Di Martino e Adriano Aprà. Iniziamo appunto dalle cosidette “origini”… buona visione.

1. IL CINEMA PALESTINESE PRIMA DI AL-FATAH

Se la nazionalità di un film venisse determinata esclusivamente in base al luogo d’origine del suo autore, si potrebbe affermare che il secondo lungometraggio prodotto in un paese arabo – e il primo realizzato in Egitto – sia stato palestinese: Un bacio nel deserto (Qubla fi al-sahrâ), diretto dai fratelli Lama e presentato al cinema Cosmograf di Alessandria il 5 maggio 1927. Infatti solo qualche mese dopo – precisamente il 16 novembre – ebbe luogo la proiezione di Layla, il film cui la critica egiziana attribuisce il merito di aver aperto la storia della cinematografia nazionale. I fratelli Lama non fecero ritorno al paese d’origine ed è pertanto impossibile attribuire loro una qualsiasi paternità sul cinema palestinese, per risalire alla nascita del quale occorre avvalersi della testimonianza di un regista iracheno, Qâsim Hawal. Egli ricorda:
“Nel corso delle ricerche che avevo compiuto sulle origini del cinema palestinese avevo potuto appurare che uno dei primi nomi che comparivano nelle cronache cinematografiche locali era quello di Muhammad Sâlih al-Kaiyaly, un operatore che pareva avesse realizzato un cortometraggio negli anni Quaranta ed un altro film sull’Esercito di Liberazione della Palestina (Jaish al-tahrir al-Filastini) agli inizi degli anni Sessanta. In mancanza di precisi riferimenti sulle modalità produttive e le strutture con le quali al-Kaiyaly aveva realizzato i propri filmati, non mi era stato possibile approfondirne la figura e l’opera. Nel marzo del 1974, avendo iniziato a lavorare ad un progetto cinematografico con alcuni palestinesi, mi recai per una proiezione nel campo profughi di Shatila, non lontano da Beirut, dove ebbi occasione di conoscere Ibrahim Hasan Sarhan – classe 1916 – che sapevo essere stato regista e operatore. Entrando nella sua abitazione, fui attratto da una foto appesa ad una parete. Essa ritraeva un uomo intento a studiare, attraverso il mirino di una cinepresa, un’inquadratura. Attorno alla testa dell’operatore era chiaramente visibile un auricolare. Fu in quel momento che ebbi l’intuizione di essere arrivato al punto essenziale della mia ricerca storica e di aver probabilmente individuato colui che aveva dato origine alla cinematografia palestinese. “
Ibrahim Hasan Sarhan ebbe il primo approccio col cinema nel 1935, quando il Re dell’Higiaz – l’attuale Arabia Saudita – visitò la Palestina e il viaggio venne filmato lungo il percorso che conduceva da al-Lidd a Tal Abib (Tel Aviv) attraverso Yaffa. Alle riprese assistette anche un testimone, al-Haj Amin al-Husaini, che indicò a Sarhan quali avrebbero dovuto essere i momenti da documentare: i banchetti, le passeggiate e gli incontri con la popolazione. Il film venne presentato dapprima nel corso di una festa a Robin – una località di villeggiatura – quindi al cinema Amir di Tal Abib.
“Poiché si trattava di un film muto – prosegue Hawal nella descrizione dell’incontro con Sarhan -, il regista mi spiegò che ne aveva accompagnato la proiezione con musiche riprodotte da un grammofono. Venni inoltre a sapere che il fumato durava 20 minuti e che era stato realizzato con una cinepresa a molla del costo di 50 dinari. La cosa dispiaceva ancora a Sarhan, il quale avrebbe preferito lavorare con un apparecchio a batteria per ottenere un ritmo più costante di ripresa. “
L’operatore – per propria ammissione – non era a conoscenza delle decisioni che il Congresso Ebraico Internazionale aveva assunto a Basilea nel 1897 circa l’utilizzo del mezzo cinematografico per propagandare il diritto ebraico alla Palestina.
Sarhan si rese tuttavia conto – aggiunge Hawal – che gli ebrei giunti in città si preoccupavano soprattutto di riprendere le strade sporche e i bambini vestiti con indumenti consunti e che i film da essi realizzati, alternando riprese di terreni incolti con sequenze in cui venivano mostrati coloni al lavoro, sottolineavano la produttività dei nuovi insediamenti ed ignoravano quanto veniva quotidianamente svolto dalla popolazione palestinese. Fu proprio per contrastare la tendenziosità di queste immagini che l’operatore decise di specializzarsi nel documentario.
Sarhan, dopo il cortometraggio del 1935, realizzò agli inizi degli anni Quaranta un filmato di 45 minuti dal titolo Sogni avverati. In precedenza egli aveva ricevuto da alcuni ebrei residenti in Palestina l’offerta di dirigere film veri e propri. Benché l’idea lo avesse affascinato, rifiutò, perché diffidava dell’inesperienza di un gruppo di mercanti, i quali probabilmente avrebbero utilizzato il suo mestiere più per realizzare guadagni immediati che per dare vita ad una struttura produttiva vera e propria. E precisava che non aveva voluto assecondare le opinioni politiche di chi favoriva il permanere in Palestina di una situazione di gravissima tensione. Dopo la realizzazione di Sogni avverati, Sahran aprì uno studio professionale e col materiale girato in occasione della sua inaugurazione montò un documentario che venne proiettato al cinema Faruq di Gerusalemme per due settimane. Il regista, che conosceva anche la tecnica di laboratorio e possedeva l’attrezzatura per lo sviluppo, realizzava abitualmente i propri film con velocità impressionante. In occasione della visita a Gerusalemme e Yaffa di un membro del Consiglio superiore arabo – il Pascià Ahmad Hilmi – Sahran fu in grado di ultimare le riprese alle quindici e di presentare il filmato alle diciotto presso il cinema al-Hamra. Col ricavato della vendita di quella pellicola – circa trecento sterline palestinesi – acquistò una moviola più perfezionata. Fu in quel periodo che si fece strada nella mente di Sarhan l’idea di trasformare lo studio che possedeva in un più grande e moderno stabilimento cinematografico. Il progetto venne finanziato attraverso l’emissione di titoli che furono acquistati in breve tempo da circa duemila azionisti e attraverso la costituzione della Società araba del cinema. La struttura che ne derivò immediatamente – lo Studio Palestina – venne riconosciuta dalle autorità britanniche e registrata a Gerusalemme. L’attività della nuova società di produzione si concretizzò nella realizzazione di due lungometraggi: Nella notte della festa, un film comico nel quale vennero impiegati alcuni semplici effetti speciali, e Tempesta in casa. Con lo scoppio della guerra del 1948 Sarhan fu costretto a sospendere l’attività e a rifugiarsi in Giordania, paese nel quale prese parte alla realizzazione del film Lotta a Jarash (Sira’un fi Jarash, 1957-1958), opera con cui concluse la propria parabola professionale. Il film, che narrava le disavventure di un turista alle prese con una banda di malfattori, poté essere proiettato in pubblico grazie al personale interessamento di Re Hussein. Tuttavia sull’attribuzione a Sarhan della piena paternità del film gli storici del cinema non sono concordi: mentre le dichiarazioni rilasciate dallo stesso cineasta palestinese a Qâsim Hawal farebbero concludere che l’anziano operatore sia stato il regista del primo film giordano, i titoli di testa del film segnalano che l’autore di Lotta a Jarash sarebbe Wasif al-Shaikh Yasîn e che Sarhan avrebbe preso parte al film in qualità di operatore.

2. IL NUOVO CINEMA PALESTINESE

Gli anni intercorsi tra la nascita dello Stato ebraico (1948) e la costituzione di al-Fatah (1° gennaio 1965) non registrarono pressoché alcuna attività cinematografica. Agli inizi del 1968 venne creata ad Amman, sotto l’egida della stessa al-Fatah e per volontà di Hânî Jawhariya, Sulâfa Jadallah e Mustafa Abu Ali, l’Unità del cinema palestinese (Wihdat Aflam Filastin). L’organismo, dotato di scarsissimi mezzi, all’inizio si specializzò in reportage fotografici. La prima produzione cinematografica dell’Unità fu La terra bruciata (1968), un documentario sugli attacchi militari israeliani nella regione di al-Aghwar. Nel 1969, dopo aver esposto una serie di immagini relative alla battaglia di Karama, il collettivo cinematografico di al-Fatah diresse No alla resa (La li al-hai al-silmi), il film che sancì ufficialmente l’atto di nascita della cinematografia palestinese. Nel settembre del 1970 l’UCP riuscì a documentare, grazie alle riprese di Hânî Jawhariya, i massacri perpetrati dall’esercito giordano. Il materiale, mostrato da Yasser Arafat alla riunione dei Capi di Stato del Cairo, provocò profonda emozione e venne montato da Mustafa Abu Ali sotto il titolo di Con l’anima e col sangue (Bi al-rûh bi al-dam). Il film ottenne il premio per il miglior documentario alla prima edizione del Festival del Cinema Giovane di Damasco (1972), prima pellicola palestinese citata dalla stampa all’interno di una manifestazione a carattere internazionale.
Nel 1971 l’Unità cinematografica si trasferì a Beirut, dove ebbe la possibilità di incrementare le proprie attrezzature tecniche. L’anno successivo anche la sezione culturale dell’OLP cominciò a produrre film e nel 1973 il collettivo cinematografico di al-Fatah dette vita al Gruppo dei cineasti palestinesi (Jama’at al-sinima al-Filastinia), struttura produttiva che aderì al Centro di ricerche palestinesi (Markaz al-abhath al-Filastinia) e che ereditò le diverse esperienze compiute fino a quel momento dai vari organismi cinematografici operanti dal 1965 in poi. Il GCP non diresse tuttavia che un film, Scene di occupazione a Gaza (Mashâhid min al-ihtilât fi Ghaza) di Mustafa Abu Ali. Nel 1974 diede origine a un’ulteriore struttura: l’Organizzazione del cinema palestinese. Nel 1975, dopo dieci anni di attività, erano stati realizzati 35 film (di cui 19 dall’Unità del cinema palestinese, 5 dal Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, uno dalla fazione di George Habash, 5 dalla sezione culturale dell’OLP, 3 dal Fronte Democratico di Liberazione della Palestina, uno dal Gruppo del cinema palestinese e un altro dalla Samed Produzioni).
Nel 1979, anno in cui diede vita all’Istituto del cinema palestinese, Mustafa Abu Ali affermava che non era possibile racchiudere l’esperienza cinematografica del movimento di liberazione della Palestina in una semplice definizione geografica, poiché tutto il cinema che documentava quell’esperienza di lotta poteva essere a giusta ragione definito palestinese. L’affermazione di Abu Ali non conteneva esclusivamente una valutazione politica, ma si basava soprattutto sull’osservazione del carattere cosmopolita del cinema palestinese: una caratteristica di fondo che si sarebbe ulteriormente accentuata negli anni successivi.
Alla crescita di questa cinematografia non contribuirono solo i cineasti palestinesi. Momenti importanti della sua storia furono scritti non solo da registi arabi – l’egiziano Tawfîq Sâlih, il libanese Burhân Alawiya, gli iracheni Qâsim Hawal e Qâis al-Zubaydi, i siriani Khalid Hamadah, Muhammad Shahin, Marwan Mud’in, Nabil al-Malih -, ma anche da registi occidentali (Jean-Luc Godard tra gli altri).
Su questo cinema di intervento e di lotta si ritiene opportuno citare una sintesi autorevole:
Il cinema palestinese può essere ricondotto a tre componenti essenziali:

  • i cinegiornali. Fin dall’inizio il cinema palestinese si è concentrato sugli avvenimenti per registrarli, commentarli ed analizzarli nei loro mutamenti e nella loro evoluzione. In rapporto alla rivoluzione palestinese i fatti più importanti sono stati: il piano Rogers del 1969 e le sue conseguenze, la repressione del 1970 in Giordania, i bombardamenti selvaggi dei campi profughi del 1972 e del 1974 e gli assalti militari israeliani nel Libano meridionale (1971) e a Kafr Kuba (1974). La maggior parte delle testimonianze filmate sugli avvenimenti del periodo sono state realizzate dall’organismo del cinema palestinese mediante la produzione di cinegiornali;
  • i documentari, che possono a loro volta essere suddivisi in due ulteriori filoni:
  1. le produzioni basate sull’utilizzo parziale o totale di materiale d’archivio (Tutto va bene, una produzione siriana, Scene d’occupazione a Gaza, La Palestine vaincra, una produzione francese, e Storia di Sarhan, libanese);
  2. i filmati riguardanti le fasi della lotta di liberazione e gli aspetti della vita del popolo palestinese nelle basi militari e nei campi profughi: La vita al campo di Nahr al-barid, Le nostre piccole case, (due film realizzati dal FPLP), Lontano dalla patria e Perché?, prodotti rispettivamente in Siria ed in Egitto. Bisogna inoltre citare i film realizzati in base a illustrazioni o canzoni: Ricordi e fuoco, La chiamata urgente (prodotti dalla sezione culturale dell’OLP) e Testimonianze di bambini al momento della guerra (realizzato in Siria); i film di fiction. Se si eccettua Sanaud, coprodotto dall’OLP e dall’ONCIC algerino nel 1973, i film di fiction sono tutte realizzazioni arabe non palestinesi: Gli ingannati di Tawfîq Sâlih (Egitto), Kafr Qâsim di Burhân Alawiya (Libano) e Ombre sull’altra riva di Ghalib Sha’ath.

A partire dalla metà degli anni Ottanta la maggior parte della produzione palestinese è stata realizzata attraverso l’Istituto del cinema palestinese – riorganizzato a Tunisi nel 1987 – e la sezione cinematografica del Dipartimento cultura dell’OLP, attiva nella capitale tunisina dal 1985. Tra i titoli di maggior rilievo realizzati in questo periodo hanno un’importanza particolare i seguenti: Il sogno (1986) del siriano Muhammad Malas, mediometraggio di fiction sulle aspirazioni dei profughi che vivevano nei campi libanesi prima dell’invasione israeliana del 1982; Cronaca di un popolo (1988) di Qais al-Zubaydi, documentario dedicato alla storia del popolo palestinese dall’inizio del secolo agli anni Settanta; I lanciatori di pietre di George Khlaifi e Ziad al-Fahum, cronaca del primo anno d’Intifada; Il pessi-ottimista (1990) di Muhammad Bakri, un efficace one-man show del celebre interprete del film israeliano Oltre le sbarre di Un Barbash; e Hanna K di Costa-Gavras, tratto dall’omonimo romanzo di Emile Habibi.
Nell’ambito delle produzioni palestinesi realizzate all’estero assume un rilievo particolare l’opera di Michel Khlaifi, una delle figure più rappresentative del cinema palestinese degli anni Ottanta. Nato a Nazareth nel 1950, ha compiuto gli studi a Bruxelles, diplomandosi all’INSAS nel 1977. Khlaifi ha esordito nel lungometraggio con La memoria fertile (Al-dhâjira al-khisa, 1980), nel quale ha affrontato il tema dei rapporti culturali e affettivi che legano le diverse generazioni di esiliati alla madrepatria. Attraverso la descrizione del viaggio di ritorno in Palestina di due donne – un’operaia e una scrittrice – il regista fornisce non solo un’acuta testimonianza dell’oppressione cui è soggetto il popolo palestinese ma anche un’appassionata analisi della condizione femminile nel mondo arabo. Il suo secondo lungometraggio, Nozze in Galilea (Urs fi al-Jâlil), presentato con successo alla Quinzaine des réalisateurs nel 1988, è una commossa e vibrante riflessione sulle difficoltà di realizzare nei territori occupati la pacifica coesistenza di arabi ed ebrei. Il terzo, Cantico di pietra (Nâshid al-hajar), 1990), è un ulteriore contributo ai temi della lotta di liberazione del popolo palestinese. Michel Khlaifi ha ultimato nel 1993 il suo quarto lungometraggio: L’ordine del giorno (Jadwal âmâl).
Il cinema palestinese, nell’arco degli oltre vent’anni della propria vita, ha dovuto affrontare numerosi problemi. I risultati, non sempre positivi, debbono essere interpretati alla luce delle specifiche condizioni in cui esso si è formato. In primo luogo occorre sottolineare l’effetto che la stessa diaspora palestinese ha avuto sullo sviluppo di questa cinematografia, dati i continui spostamenti da un paese all’altro a cui sono state costrette istituzioni e strutture. Al cinema palestinese sono mancati gli elementi di base per la creazione di una rete produttiva e distributiva e per la costituzione di un circuito di sale vere e proprie. Per di più ha risentito – e risente tuttora – delle tensioni politiche che il dramma vissuto dalla popolazione palestinese ha creato sia all’interno che all’esterno del mondo arabo. Nello stesso tempo si è potuto giovare di alcune condizioni favorevoli: la coerenza con cui i cineasti palestinesi si sono applicati al cinema di diretta documentazione sociale e lo stretto rapporto venutosi a creare tra i cineasti stessi e le popolazioni dei campi. Più in generale il terreno arduo e contraddittorio della “questione palestinese” ha formato gran parte dei documentaristi arabi contemporanei e l’esperienza che alla cinematografia palestinese è derivata dalla lunga consuetudine all’osservazione e alla documentazione del reale ha fornito loro la struttura portante. La lezione realista impartita dal conflitto palestinese ha investito anche il cinema di fiction, fornendo ad esso non solo soggetti di estremo interesse, ma anche l’esatta chiave metodologica per coglierne i dati essenziali. I migliori lungometraggi dedicati alla questione palestinese – Gli ingannati di Tawfîq Sâlih, Kafr Qâsim di Burhân Alawiya e Il ritorno in patria di Qâsim Hawal – hanno infatti saputo coniugare gli elementi drammaturgici propri della narrazione di fiction ad una solida intelaiatura realistica mutuata da un’attenta analisi della situazione presa in esame.
La natura essenzialmente politica della cinematografia palestinese non ha tuttavia soddisfatto le aspirazioni dei suoi cineasti. Al contrario, essi hanno manifestato in più occasioni il desiderio di assumere funzioni più complesse e di elaborare progetti linguisticamente più raffinati. Le dichiarazioni rilasciate dal regista Jibnil Awad nel corso di una tavola rotonda promossa nel 1988 dalla rivista “al-Alam” esemplificano chiaramente queste posizioni:
Senza dubbio il cinema palestinese, soprattutto a partire dagli inizi degli anni Settanta, ha svolto una funzione molto importante ed ha raggiunto un prestigio internazionale non indifferente. Tuttavia esso deve ancora giungere ad un livello sufficientemente alto di maturità linguistica ed è ancora prigioniero dello stile proprio dell’argomentazione politica. La realtà palestinese è molto ricca e complessa ed il cinema, rivolgendosi ad essa, deve essere in grado di coglierne i diversi aspetti e di ricavarne trame ed argomenti in cui l’elemento estetico si sposi con la riflessione propriamente politica. Il cinema deve impegnarsi affinché al popolo palestinese siano restituiti i diritti perduti e pretendere di allinearsi ad un più alto livello espressivo.
Jibril Awad traeva spunto dal dibattito sul ruolo del cinema nella società palestinese per osservare che:
nel mondo arabo i programmi culturali hanno sempre rincorso i progetti politici. Ad ogni manifestazione involutiva del sistema politico ha puntualmente corrisposto un grave fenomeno di riflusso culturale. Il cineasta palestinese ha vissuto in prima persona questo conflitto ed ha dovuto convivere non solo con i meccanismi censori messi in atto dai regimi autoritari presenti sulla scena politica araba, ma anche con il diffuso scetticismo di chi rifiuta di assegnare alle manifestazioni della cultura e dell’arte il giusto rilievo. In molti paesi arabi il cinema palestinese è stato – ed è tuttora – considerato uno strumento di sovversione politica ed al cineasta che ne è portavoce è stato concesso un tasso di libertà che variava sulla base degli equilibri tattici del momento. Queste condizioni non ci hanno mai impedito di affrontare gli argomenti che avevamo scelto; hanno in determinati momenti semplicemente impedito che la classe politica araba spontaneamente ci offrisse l’opportunità di trattarli.
Il cinema palestinese non ha trovato avversari solo all’esterno. Spesso le conseguenze del clima politico generale sono ricadute sulla società palestinese con effetti ancora più gravi: il dialogo tra la rappresentanza politica palestinese ed i cineasti ha subito bruschi contraccolpi. Adnan Madanat, uno dei più autorevoli critici giordani ed esperto di cinema palestinese, ha in varie occasioni dichiarato che in realtà il cinema palestinese, fin dalle origini, ha dovuto sempre faticosamente difendere la propria autonomia dall’invadente tutela dei rappresentanti politici. Ai registi che cercavano di ottenere finanziamenti venivano richieste precise garanzie e soprattutto si ingiungeva loro di praticare esclusivamente la strada del documentario. Il controllo politico sul cinema palestinese – prosegue Madanat – si è esteso anche a questa forma di rappresentazione ed in diverse occasioni si è giunti alla situazione paradossale per cui era comunque assai arduo realizzare un progetto cinematografico, documentario o di fiction che fosse.
Per concludere questo veloce excursus sulla cinematografia palestinese occorre riportare l’opinione, condivisa da parte della critica araba, secondo cui una delle vittime più illustri della censura operante in numerosi paesi arabi è stato proprio il cinema palestinese. Impedendo al pubblico di accostarvisi, è stata minata alla base la sua autonomia produttiva. In questo modo il cinema palestinese non solo non ha potuto creare le giuste opportunità di autofinanziamento, ma è stato emarginato persino dagli stessi circuiti culturali; con il risultato che neppure i critici hanno potuto conoscerlo in profondità ed hanno finito col dimenticare che esso non si limitava agli aspetti puramente cronachistici della documentazione sociale.

1) Jean Alexan, Il cinema nel mondo arabo, Consiglio Nazionale della Cultura, delle Arti e della Letteratura – Ministero della Cultura, Kuwait City, 1982, pag. 26 (pubblicazione in lingua araba).
2) Qâsim Hawal, Il cinema palestinese, Dar al-Hadaf e Dar al-Anda, Beirut, 1979, pag. 9 (pubblicazione in lingua araba).
3) Cfr. J. Alexan, 11 cinema nel mondo arabo, cit., pag. 208.
4) Hassan Abu Ghanima, Le cinéma palestinien, dossier pubblicato a cura della Cinémathèque Française e della Cinémathèque Algérienne, Algeri, 1976. Per quanto riguarda i film arabi che hanno trattato più o meno direttamente la questione palestinese, Abu Ghanima ha successivamente pubblicato una filmografia composta di 220 titoli (cfr. Guy Hennebelle, Khemais Khayati, a cura di, La Palestine et le cinéma, E 100, Paris, s.d., pp. 243-272).
5) “Al-Alam” (tavola rotonda a cura della redazione di), Il cinema palestinese: il cammino e gli ostacoli, 4 giugno 1988, pag. 50 (in lingua araba).
6) Jibril Awad (intervento di) in “Al-Alam”, Il cinema palestinese. il cammino e gli ostacoli (tavola rotonda a cura della redazione), cit., pag. 10 (in lingua araba).

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